Pulsossimetria: principio, limiti e falsi risultati
5 Ottobre 2026 · admin
La pulsossimetria è il metodo non invasivo con cui si stima, battito dopo battito, la saturazione periferica dell’emoglobina in ossigeno (SpO2) e si ottiene in contemporanea la frequenza del polso. È così diffusa, dal pronto soccorso alla sala operatoria fino al domicilio del paziente, che spesso la si considera un dato scontato. Proprio per questo al Concorso SSM viene interrogata soprattutto sui suoi limiti: un numero rassicurante sul monitor non sempre corrisponde a un paziente ben ossigenato, e il medico deve sapere quando fidarsi e quando chiedere altro.
Che cos’è la pulsossimetria
Il pulsossimetro è un piccolo sensore, di solito applicato a un dito, al lobo dell’orecchio o, nel neonato, al palmo o al piede. Da un lato emette luce, dall’altro un fotorilevatore misura quanta luce attraversa il tessuto. Il valore restituito, la SpO2, è una stima della saturazione arteriosa (SaO2), cioè della percentuale di emoglobina funzionale legata all’ossigeno. Si parla di stima perché lo strumento non preleva sangue: deduce la saturazione da un rapporto di assorbimenti luminosi confrontato con curve di taratura costruite su volontari sani.
È utile distinguere fin da subito tre grandezze che lo studente tende a confondere: la PaO2, che è la pressione parziale di ossigeno nel sangue arterioso e si ottiene solo con l’emogasanalisi arteriosa; la SaO2, misurata in co-ossimetria sul campione di sangue; la SpO2, che è il dato periferico del pulsossimetro. Le tre sono legate dalla curva di dissociazione dell’emoglobina, ma non sono sinonimi.
Il principio fisico: due lunghezze d’onda e il segnale pulsatile
Il funzionamento poggia su due osservazioni. La prima è spettrofotometrica: l’ossiemoglobina e la deossiemoglobina assorbono in modo diverso la luce rossa e quella infrarossa. La deossiemoglobina assorbe di più nel rosso, l’ossiemoglobina di più nell’infrarosso. Il sensore emette alternativamente le due luci e calcola il rapporto fra gli assorbimenti, che viene convertito in percentuale di saturazione.
La seconda osservazione è quella che rende il metodo specifico per il sangue arterioso. Il tessuto, le ossa, la cute e il sangue venoso assorbono luce in modo costante; il sangue arterioso, invece, aumenta e diminuisce di volume a ogni sistole. Lo strumento isola la componente pulsatile del segnale e ignora quella fissa: in questo modo misura solo ciò che pulsa, cioè il sangue arterioso. Ne deriva una conseguenza clinica fondamentale: se il polso periferico è debole, come nello shock o nella vasocostrizione intensa, la pulsossimetria perde affidabilità o non fornisce alcun valore. Per questo un buon apparecchio mostra anche la curva pletismografica, che va sempre guardata prima di credere al numero.
Indicazioni della pulsossimetria
Le indicazioni sono amplissime. In emergenza la saturazione fa parte dei parametri vitali di base, insieme a frequenza respiratoria, pressione, frequenza cardiaca e temperatura, ed entra nei punteggi di allerta precoce usati in reparto. In anestesia è uno standard di monitoraggio durante sedazione e anestesia generale, insieme alla capnografia. In reparto guida la titolazione dell’ossigenoterapia, che va prescritta come un farmaco con un obiettivo di saturazione definito.
In pneumologia si usa nel follow-up dei pazienti con BPCO e malattie interstiziali, durante il test del cammino per documentare la desaturazione da sforzo e nella valutazione dei disturbi respiratori del sonno con la pulsossimetria notturna, che è uno strumento di screening e non sostituisce la polisonnografia. In neonatologia lo screening con pulsossimetria pre e post duttale aiuta a intercettare le cardiopatie congenite critiche prima della dimissione. Durante la pandemia, infine, la misurazione domiciliare è diventata un modo per riconoscere la cosiddetta ipossiemia silente.
Come si esegue in sintesi
L’esecuzione è semplice ma non banale. Si sceglie un sito ben perfuso, si rimuovono smalto scuro o unghie artificiali, si posiziona il sensore in modo che emettitore e rilevatore siano allineati, si chiede al paziente di restare fermo e si attende che il segnale si stabilizzi per alcuni secondi. Prima di registrare il valore si controlla che la frequenza indicata dal pulsossimetro coincida con quella reale del paziente o del monitor ECG e che l’onda pletismografica sia regolare. Se l’onda è piatta o irregolare, il numero non va scritto in cartella come se fosse attendibile.
Nei pazienti con mani fredde o vasocostrizione può essere utile riscaldare l’arto o passare al lobo dell’orecchio o alla fronte, siti che risentono meno della vasocostrizione periferica. Nel monitoraggio prolungato va cambiato periodicamente il sito, perché la pressione del sensore e il calore possono causare lesioni cutanee, soprattutto nei neonati.
Limiti e falsi risultati della pulsossimetria
È la parte che il concorso ama di più. Il primo limite è concettuale: la pulsossimetria misura l’ossigenazione, non la ventilazione. Un paziente che riceve ossigeno ad alti flussi può mantenere una saturazione normale mentre accumula anidride carbonica fino alla narcosi. Una SpO2 buona in un paziente soporoso con BPCO non esclude un’acidosi respiratoria: serve l’emogasanalisi.
Il secondo limite riguarda le emoglobine anomale. Nell’intossicazione da monossido di carbonio la carbossiemoglobina assorbe la luce rossa in modo simile all’ossiemoglobina e lo strumento a due lunghezze d’onda la legge come emoglobina ossigenata: il valore risulta falsamente normale o elevato mentre il trasporto di ossigeno è gravemente compromesso. Per questo nel sospetto di intossicazione da CO la diagnosi si fa con la co-ossimetria su emogas. Nella metaemoglobinemia, invece, il rapporto di assorbimento tende a portare la lettura verso valori intorno all’85% indipendentemente dalla saturazione reale, e il paziente appare cianotico senza rispondere all’ossigeno.
Il terzo gruppo di errori è tecnico: scarsa perfusione periferica, ipotermia, uso di vasopressori, artefatti da movimento e brividi, luce ambientale intensa, smalto scuro, coloranti intravascolari come il blu di metilene, che fanno scendere falsamente la lettura. La congestione venosa e le pulsazioni venose, come nell’insufficienza tricuspidale, possono abbassarla anch’esse. È documentato inoltre che nei soggetti con pelle molto pigmentata il pulsossimetro tende a sovrastimare la saturazione, con il rischio di non riconoscere un’ipossiemia occulta. Infine l’anemia grave: la SpO2 può essere normale perché la poca emoglobina presente è ben saturata, ma il contenuto arterioso di ossigeno è basso. Saturazione e ossigenazione dei tessuti non sono la stessa cosa.
Va ricordato anche il limite legato alla forma della curva di dissociazione. Nella parte alta, piatta, grandi variazioni di PaO2 producono variazioni minime di saturazione: un paziente in ossigeno può perdere molta PaO2 prima che la SpO2 cominci a scendere. La pulsossimetria è quindi un allarme relativamente tardivo del peggioramento dello scambio gassoso.
Interpretazione della pulsossimetria
L’interpretazione corretta parte sempre dal contesto: qual è la saturazione abituale del paziente, quanta ossigeno sta ricevendo, che frequenza respiratoria ha. Una saturazione normale ottenuta con molto ossigeno e un paziente tachipnoico è un segnale di gravità, non di stabilità. Il dato va quindi letto insieme alla frazione inspirata di ossigeno e allo sforzo respiratorio.
Come riferimento da manuale, nel soggetto sano la saturazione a riposo in aria ambiente è normalmente alta, vicina al massimo della scala. Una SpO2 intorno al 90% corrisponde, sulla curva di dissociazione in condizioni standard, a una PaO2 di circa 60 mmHg, la soglia classica dell’insufficienza respiratoria. Sotto quel punto la curva diventa ripida e piccoli cali di PaO2 producono grandi cadute di saturazione. Gli obiettivi terapeutici più citati nelle linee guida distinguono la maggior parte dei pazienti acuti, per i quali si punta a una saturazione normale senza iperossia, dai pazienti a rischio di insufficienza respiratoria ipercapnica, come molti broncopneumopatici, per i quali si accetta un intervallo più basso per non deprimere il drive respiratorio e peggiorare l’ipercapnia.
Lo spostamento della curva modifica il rapporto fra SpO2 e PaO2. Acidosi, ipercapnia, ipertermia e aumento del 2,3-difosfoglicerato spostano la curva a destra e favoriscono la cessione di ossigeno ai tessuti; alcalosi, ipotermia, emoglobina fetale e carbossiemoglobina la spostano a sinistra. Ricordare questa regola permette di risolvere molte domande a scelta multipla senza fare calcoli.
Errori tipici di chi studia e di chi lavora
L’errore più frequente è considerare la pulsossimetria un sostituto dell’emogasanalisi. Non lo è: non dice nulla su PaCO2, pH, bicarbonati e lattati. Il secondo errore è fidarsi del numero senza guardare l’onda pletismografica o la concordanza con la frequenza cardiaca. Il terzo è dimenticare la carbossiemoglobina: il paziente trovato in casa con una stufa accesa, cefalea e confusione e con una saturazione ottima è il classico tranello.
Un altro errore è somministrare ossigeno senza obiettivo, inseguendo il 100% in tutti. L’iperossia ha effetti negativi documentati in diversi contesti e, nei pazienti ipercapnici, può precipitare la narcosi. Infine la cianosi: compare quando la quota di emoglobina ridotta è sufficientemente alta in valore assoluto, per cui nel paziente anemico può mancare anche in presenza di ipossiemia, mentre nel poliglobulico può comparire più facilmente. Saturazione e cianosi vanno ragionate insieme.
Come cade la pulsossimetria al concorso
Le domande sulla pulsossimetria al Concorso SSM sono quasi sempre casi clinici brevi in cui il dato di saturazione è un distrattore. Lo schema più classico è il paziente con intossicazione da monossido di carbonio e SpO2 normale, in cui la risposta corretta è dosare la carbossiemoglobina in co-ossimetria e iniziare ossigeno ad alti flussi. Un secondo schema è il paziente con BPCO riacutizzata, saturazione accettabile in ossigeno e progressiva sonnolenza: l’esame che cambia la gestione è l’emogasanalisi, che mostrerà l’acidosi respiratoria.
Altri quesiti chiedono il principio fisico (due lunghezze d’onda, componente pulsatile), la correlazione approssimativa fra saturazione e PaO2, i fattori che spostano la curva di dissociazione, la metaemoglobinemia indotta da farmaci come alcuni anestetici locali o dapsone, e lo screening neonatale delle cardiopatie congenite. Allenarsi su questo tipo di trappole con quesiti ragionati è il modo più efficace per non cadere nei distrattori: sulla Piattaforma Accademia trovi simulazioni commentate in cui ogni risposta sbagliata viene spiegata alla luce del meccanismo fisiopatologico.
In sintesi
La pulsossimetria stima la saturazione arteriosa dell’emoglobina sfruttando l’assorbimento differente di luce rossa e infrarossa e isolando la componente pulsatile del segnale. È rapida, non invasiva e indispensabile nel monitoraggio, ma misura l’ossigenazione e non la ventilazione, non riconosce la carbossiemoglobina, viene falsata dalla metaemoglobina, dalla scarsa perfusione, dai movimenti, dallo smalto e dai coloranti, e diventa un allarme tardivo nella parte piatta della curva di dissociazione. Va letta sempre insieme all’onda pletismografica, all’ossigeno somministrato e alla clinica, e quando il quadro non torna la risposta è l’emogasanalisi. Al concorso il dato di saturazione normale è spesso il distrattore: chi conosce i limiti del metodo riconosce il tranello.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
