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Concorso SSM

Epilessia in gravidanza: farmaci, rischi e gestione

6 Ottobre 2026 · admin

Epilessia in gravidanza: farmaci, rischi e gestione

L’epilessia in gravidanza è una delle condizioni neurologiche più frequenti in ambito ostetrico e uno degli scenari più amati dal Concorso SSM, perché obbliga a bilanciare due rischi opposti: quello delle crisi per la madre e per il feto, e quello dei farmaci antiepilettici per lo sviluppo fetale. Le domande chiedono di scegliere il farmaco più adatto in una donna che programma una gravidanza, di gestire una crisi in gestazione, di distinguere l’eclampsia da una crisi epilettica e di impostare il post partum. Questo testo è materiale di studio con contenuti da manuale, non un’indicazione per casi individuali.

Che cos’è l’epilessia in gravidanza e perché è un problema

Con il termine epilessia in gravidanza si intende la gestazione in una donna con epilessia già nota, oppure, più raramente, la comparsa di crisi durante la gravidanza. La maggior parte delle donne con epilessia ha gravidanze regolari e figli sani, ma il percorso va pianificato: alcuni farmaci antiepilettici sono teratogeni, e una crisi tonico-clonica generalizzata espone a ipossia materna e fetale, traumi, cadute e, nei casi più gravi, a morte improvvisa inattesa nell’epilessia.

Il messaggio di fondo, che il concorso premia sempre, è che il controllo delle crisi resta prioritario. Sospendere bruscamente la terapia alla scoperta della gravidanza è un errore: il danno teratogeno, se c’è, si è già prodotto nelle prime settimane, mentre la sospensione espone al rischio concreto di crisi e di stato epilettico.

Fisiologia della gravidanza e farmaci antiepilettici

In gravidanza la frequenza delle crisi resta stabile nella maggior parte delle pazienti, ma in una quota può aumentare. I meccanismi sono diversi: calo dei livelli plasmatici dei farmaci, scarsa aderenza per timore degli effetti sul feto, deprivazione di sonno, vomito nel primo trimestre e stress. Un buon controllo delle crisi nell’anno precedente il concepimento è il principale fattore predittivo di stabilità in gravidanza.

La farmacocinetica cambia in modo marcato. L’aumento del volume di distribuzione, della filtrazione glomerulare e del metabolismo epatico, in particolare della glucuronidazione stimolata dagli estrogeni, fa scendere i livelli di diversi antiepilettici. La lamotrigina è l’esempio classico: le sue concentrazioni possono ridursi in modo importante durante la gestazione, con necessità di monitoraggio e aggiustamento della dose, e tornano a salire rapidamente dopo il parto, con rischio di tossicità se la dose non viene ridotta. Anche il levetiracetam subisce un calo dei livelli. Per i farmaci molto legati alle proteine, come la fenitoina, conviene ragionare sulla quota libera.

Rischi materni e fetali nell’epilessia in gravidanza

Dal lato materno i rischi principali sono l’aumento delle crisi, lo stato epilettico, i traumi durante le crisi e il rischio di morte improvvisa. Alcuni studi riportano anche una maggiore frequenza di complicanze ostetriche, come ipertensione gestazionale, emorragia e parto pretermine, ma per il concorso è sufficiente ricordare che si tratta di gravidanze da seguire con attenzione in un percorso condiviso tra neurologo e ostetrico.

Dal lato fetale i rischi sono di due tipi. Le crisi materne, soprattutto quelle convulsive generalizzate, possono provocare bradicardia e ipossia fetale e, se associate a trauma addominale, distacco di placenta. I farmaci possono causare malformazioni maggiori e alterazioni del neurosviluppo. Il valproato è il farmaco a rischio più elevato: è associato a difetti del tubo neurale come la spina bifida, ad altre malformazioni maggiori e a effetti sullo sviluppo cognitivo e comportamentale, con un rischio che cresce con la dose. Carbamazepina, fenitoina, fenobarbitale e topiramato hanno anch’essi un rischio teratogeno noto, ad esempio labiopalatoschisi, difetti cardiaci o difetti del tubo neurale a seconda della molecola. La politerapia aumenta il rischio rispetto alla monoterapia. Lamotrigina e levetiracetam sono, sulla base dei dati disponibili, le molecole con il profilo riproduttivo più favorevole.

Il ruolo dell’acido folico

La supplementazione di acido folico prima del concepimento e nel primo trimestre è raccomandata in tutte le donne, e nelle donne in terapia antiepilettica si utilizzano in genere dosi più alte rispetto alla popolazione generale, specialmente con farmaci che interferiscono con il metabolismo dei folati. È uno dei dettagli più chiesti: la paziente epilettica che programma una gravidanza deve ricevere acido folico ad alto dosaggio prima del concepimento.

Gestione dell’epilessia in gravidanza: prima, durante e dopo

Prima del concepimento la consulenza è il momento decisivo. Si rivaluta la diagnosi, si verifica la necessità della terapia, si cerca la monoterapia alla dose minima efficace e, se la donna assume valproato, si valuta con il neurologo il passaggio a un’alternativa più sicura con un congruo anticipo, perché la sostituzione richiede tempo e controlli. Il valproato, per le indicazioni regolatorie europee, non dovrebbe essere usato nelle donne in età fertile salvo condizioni specifiche, all’interno di programmi di prevenzione della gravidanza. Si avvia l’acido folico e si informa la paziente sulle interazioni tra antiepilettici induttori enzimatici e contraccettivi ormonali, che possono perdere efficacia.

Durante la gravidanza la terapia efficace va mantenuta. Per i farmaci con calo marcato dei livelli, come la lamotrigina, è utile il dosaggio periodico e l’aggiustamento della dose. Si eseguono le ecografie morfologiche di routine con particolare attenzione alla colonna e al cuore. Nelle donne in terapia con induttori enzimatici, alcune linee di indirizzo hanno storicamente suggerito la vitamina K materna nelle ultime settimane per il rischio di malattia emorragica del neonato; in ogni caso il neonato riceve la profilassi con vitamina K alla nascita come da protocollo.

Il travaglio e il parto in genere procedono per via vaginale: l’epilessia di per sé non è un’indicazione al taglio cesareo. Bisogna assicurare la continuità della terapia anche durante il travaglio, limitare la deprivazione di sonno e consentire l’analgesia epidurale. Una crisi in travaglio va trattata come qualsiasi crisi, con benzodiazepine, valutando poi il benessere fetale.

Dopo il parto le dosi aumentate in gravidanza vanno ricondotte progressivamente ai valori preconcezionali nei giorni successivi, per evitare la tossicità. Il puerperio è un periodo a rischio per la privazione di sonno: si raccomandano accorgimenti di sicurezza nell’accudimento del neonato, come cambiarlo e allattarlo da seduta a terra o su superfici basse. L’allattamento al seno è in generale incoraggiato con la maggior parte degli antiepilettici, osservando il neonato per sedazione con alcune molecole come fenobarbitale e benzodiazepine.

Diagnosi differenziale: crisi epilettica o eclampsia

Una crisi convulsiva nella seconda metà della gravidanza o nel puerperio deve far pensare prima di tutto all’eclampsia, la complicanza convulsiva della preeclampsia, anche in una donna con epilessia nota. Ipertensione, proteinuria, cefalea, disturbi visivi, dolore epigastrico, piastrinopenia e alterazione degli enzimi epatici orientano verso l’eclampsia. Il farmaco di scelta per l’eclampsia è il solfato di magnesio, non le benzodiazepine né gli antiepilettici tradizionali, e il trattamento definitivo è l’espletamento del parto dopo stabilizzazione materna.

Altre diagnosi da considerare sono la trombosi dei seni venosi cerebrali, più frequente in gravidanza e puerperio, la sindrome da encefalopatia posteriore reversibile, l’emorragia cerebrale, l’ipoglicemia, l’iponatriemia, la sincope convulsiva e le crisi psicogene non epilettiche. Una crisi prolungata o ripetuta senza ripresa della coscienza configura uno stato epilettico, un’emergenza da trattare con il protocollo abituale, ricordando che la stabilizzazione della madre è il modo migliore di proteggere il feto.

Errori tipici sull’epilessia in gravidanza

Il primo errore è sospendere l’antiepilettico alla scoperta della gravidanza. Il secondo è scegliere o mantenere il valproato in una donna che programma una gravidanza senza averne discusso la sostituzione. Il terzo è dimenticare l’acido folico ad alto dosaggio. Il quarto è non aggiustare la lamotrigina, sia in aumento durante la gravidanza sia in riduzione dopo il parto. Il quinto è trattare con diazepam una crisi da eclampsia invece di usare il solfato di magnesio. Il sesto è considerare l’epilessia un’indicazione automatica al cesareo o una controindicazione all’allattamento.

Come cade l’epilessia in gravidanza al concorso

Al Concorso SSM l’epilessia in gravidanza si presenta quasi sempre come caso clinico. Una donna con epilessia generalizzata in valproato desidera una gravidanza: la risposta è la consulenza preconcezionale con valutazione del passaggio a un farmaco più sicuro e acido folico ad alto dosaggio. Una donna alla trentesima settimana con crisi tonico-clonica, pressione elevata e proteinuria: è un’eclampsia, si somministra solfato di magnesio. Una puerpera in lamotrigina con vertigini, diplopia e atassia pochi giorni dopo il parto: tossicità per mancata riduzione della dose.

Per esercitarsi su questi scenari si possono svolgere le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia, utili per imparare a riconoscere la parola chiave che orienta la risposta. Un ripasso parallelo della farmacologia degli antiepilettici e delle complicanze ipertensive della gravidanza rende il quadro completo.

In sintesi

L’epilessia in gravidanza richiede di proteggere la madre dalle crisi e il feto dai farmaci più teratogeni. Il valproato è il farmaco più a rischio e va possibilmente sostituito prima del concepimento; lamotrigina e levetiracetam hanno il profilo più favorevole. La monoterapia alla dose minima efficace, l’acido folico ad alto dosaggio e il monitoraggio dei livelli sono le parole chiave. La terapia non si sospende alla scoperta della gravidanza, le dosi aumentate vanno ridotte dopo il parto, l’allattamento è in genere possibile. Una crisi nella seconda metà della gravidanza è eclampsia fino a prova contraria e si tratta con solfato di magnesio.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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