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Disturbo evitante restrittivo (ARFID): guida SSM

6 Ottobre 2026 · admin

Disturbo evitante restrittivo (ARFID): guida SSM

Il disturbo evitante restrittivo dell’assunzione di cibo, conosciuto anche con la sigla inglese ARFID, è un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione in cui la persona evita o limita il cibo in modo tale da non riuscire a soddisfare i propri fabbisogni nutrizionali ed energetici, senza che questo dipenda da preoccupazioni per il peso o per la forma del corpo. È un quadro relativamente recente nelle classificazioni, che raccoglie situazioni un tempo descritte come disturbi alimentari dell’infanzia o “selettività alimentare”. Per il Concorso SSM è importante soprattutto per la diagnosi differenziale con l’anoressia nervosa.

Che cos’è il disturbo evitante restrittivo

Il disturbo evitante restrittivo si caratterizza per un’alimentazione persistentemente insufficiente o limitata per varietà, che produce conseguenze significative: perdita di peso o mancata crescita attesa nei bambini, carenze nutrizionali, dipendenza da integratori o da nutrizione enterale, oppure una marcata interferenza con il funzionamento psicosociale, ad esempio l’impossibilità di mangiare con gli altri. La restrizione non nasce dal desiderio di dimagrire né da una percezione distorta del corpo, ma da altri meccanismi.

Questi meccanismi sono descritti in tre profili principali, che possono coesistere: un apparente disinteresse per il cibo o per il mangiare, con scarso appetito; un evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali del cibo, come consistenza, odore, colore o temperatura; una preoccupazione per le conseguenze negative del mangiare, come la paura di soffocare, di vomitare o di provare dolore, spesso dopo un’esperienza traumatica. Il disturbo può insorgere a qualsiasi età, ma è più frequente nell’infanzia e nella prima adolescenza.

Eziopatogenesi

Le cause del disturbo evitante restrittivo sono multifattoriali. Nel profilo sensoriale si osserva spesso una ipersensibilità agli stimoli gustativi, olfattivi e tattili, che rende alcuni alimenti intollerabili. Questo profilo è frequente nei bambini con disturbo dello spettro autistico o con ADHD, condizioni con cui l’ARFID è spesso associato. Nel profilo da paura delle conseguenze un ruolo chiave è svolto da episodi di soffocamento, vomito o dolore, che innescano un condizionamento ansioso.

Il temperamento ansioso, la presenza di disturbi d’ansia, una storia di problemi gastrointestinali o di alimentazione precoce difficile e dinamiche familiari intorno ai pasti possono contribuire a mantenere il disturbo. In alcuni casi l’evitamento inizia come risposta a un problema medico reale, come un reflusso doloroso o una disfagia transitoria, e persiste anche dopo la risoluzione della causa organica.

Quadro clinico

Il quadro clinico varia molto in base al profilo prevalente. Il bambino con scarso interesse per il cibo mangia poco, si sazia presto, non chiede da mangiare e può presentare uno scarso accrescimento. Il bambino o l’adulto con evitamento sensoriale accetta solo un numero ristretto di alimenti, spesso di un certo colore o consistenza, rifiuta i cibi nuovi e può reagire con disgusto o conati di vomito di fronte a quelli non accettati. Il paziente con paura delle conseguenze evita cibi solidi, mastica a lungo, preferisce liquidi o cibi frullati e vive i pasti con ansia intensa.

Le conseguenze mediche possono essere importanti: calo ponderale, arresto della crescita staturo-ponderale, ritardo puberale, malnutrizione con carenze di ferro, vitamine e micronutrienti, alterazioni elettrolitiche, bradicardia e ipotensione nei casi più gravi, fino a quadri sovrapponibili a quelli dell’anoressia. Sul piano psicosociale il paziente evita feste, mense, viaggi e situazioni sociali che comportano il cibo, con un impatto notevole sulla qualità di vita della famiglia.

Criteri diagnostici

I criteri, descritti senza numeri di edizione o codici, richiedono un disturbo dell’alimentazione che si manifesta con persistente incapacità di soddisfare i fabbisogni nutrizionali o energetici, associato ad almeno una conseguenza tra perdita di peso significativa o mancato accrescimento, carenza nutrizionale significativa, dipendenza da nutrizione enterale o integratori orali, marcata interferenza con il funzionamento psicosociale.

Il disturbo non deve essere spiegato da mancanza di cibo disponibile o da pratiche culturalmente sancite, non deve comparire esclusivamente durante il decorso di anoressia o bulimia nervosa, e non deve esserci alterazione nel modo in cui viene vissuto il peso o la forma del corpo. Inoltre non deve essere attribuibile a una condizione medica concomitante o a un altro disturbo mentale; quando si verifica nel contesto di un’altra condizione, la gravità del disturbo alimentare deve eccedere quella abitualmente associata a quella condizione e richiedere un’attenzione clinica aggiuntiva.

Diagnosi differenziale

La diagnosi differenziale più importante è con l’anoressia nervosa. In entrambe le condizioni ci sono restrizione alimentare e perdita di peso, ma nell’anoressia sono presenti paura intensa di aumentare di peso, alterazione dell’immagine corporea e influenza eccessiva del peso sull’autostima, che nel disturbo evitante restrittivo mancano. Il paziente con ARFID vorrebbe spesso mangiare di più o prendere peso ma non ci riesce. Va ricordato che alcuni casi possono evolvere nel tempo, per cui la valutazione va ripetuta.

Occorre escludere cause organiche: malattie gastrointestinali come celiachia, malattie infiammatorie intestinali, esofagite eosinofila e disfagia di natura organica, malattie endocrine, neoplasie e infezioni croniche. In diagnosi differenziale rientrano anche la depressione con perdita di appetito, il disturbo ossessivo-compulsivo con timori di contaminazione, le fobie specifiche e il disturbo d’ansia sociale con evitamento del mangiare in pubblico. Nei bambini piccoli va distinta la normale selettività alimentare transitoria, che non provoca conseguenze nutrizionali né compromissione funzionale.

Terapia

Il trattamento richiede un approccio multidisciplinare con pediatra o internista, dietista, psicologo o psichiatra e, quando necessario, logopedista per gli aspetti di deglutizione e masticazione. Il primo obiettivo è la stabilizzazione medica: correzione della malnutrizione, delle carenze e delle alterazioni elettrolitiche, con supporto nutrizionale che può arrivare alla nutrizione enterale nei casi gravi. Nei pazienti molto malnutriti va prevenuta la sindrome da rialimentazione con monitoraggio di fosfato, potassio e magnesio.

La psicoterapia è il cardine del trattamento a lungo termine. La terapia cognitivo-comportamentale adattata all’ARFID utilizza l’esposizione graduale ai cibi evitati, la psicoeducazione, il lavoro sull’ansia e sulle sensazioni corporee; nei bambini il coinvolgimento dei genitori è essenziale, con interventi familiari che riducono la tensione intorno ai pasti. Non esistono farmaci specifici approvati: in casi selezionati si possono usare antidepressivi SSRI per l’ansia associata o farmaci per stimolare l’appetito, sempre come supporto e mai in sostituzione della psicoterapia.

Errori tipici da evitare

Il primo errore è diagnosticare un’anoressia nervosa in un paziente sottopeso che restringe il cibo senza indagare la presenza di paura di ingrassare e di alterazione dell’immagine corporea: senza questi elementi, il quadro è più compatibile con un disturbo evitante restrittivo. Il secondo errore è liquidare il problema come semplice capriccio alimentare del bambino, trascurando calo ponderale e carenze. Il terzo errore è non escludere le cause organiche, soprattutto gastrointestinali, prima di una diagnosi psichiatrica.

Va anche evitato l’approccio coercitivo ai pasti, che aumenta l’ansia e rinforza l’evitamento. Infine, ricordate che il disturbo può interessare anche gli adulti e non solo l’età pediatrica.

Come cade il disturbo evitante restrittivo al concorso

Al Concorso SSM il disturbo evitante restrittivo compare in casi clinici in cui un bambino o un adolescente sottopeso mangia pochissimi alimenti, ha paura di soffocare dopo un episodio di ingestione difficile o rifiuta i cibi per la consistenza, ma non presenta preoccupazioni per la forma del corpo. La domanda chiede la diagnosi più probabile, con alternative come anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo ossessivo-compulsivo e fobia specifica. Il dettaglio decisivo è l’assenza di alterazione dell’immagine corporea.

Per allenarsi su questi distrattori conviene esercitarsi su casi clinici realistici, ad esempio con le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia. Chi è interessato all’ambito può approfondire anche la specializzazione in neuropsichiatria infantile.

In sintesi

Il disturbo evitante restrittivo dell’assunzione di cibo è caratterizzato da una restrizione o da un evitamento del cibo che porta a conseguenze nutrizionali, di crescita o psicosociali, senza preoccupazioni per il peso o la forma del corpo. Riconosce tre profili principali: scarso interesse per il cibo, evitamento sensoriale e paura delle conseguenze del mangiare. La diagnosi differenziale principale è con l’anoressia nervosa e con le cause organiche. Il trattamento è multidisciplinare, con stabilizzazione medica e nutrizionale, psicoterapia cognitivo-comportamentale con esposizione graduale e coinvolgimento della famiglia.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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