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Concorso SSM

Febbre nel bambino: valutazione e gestione per il SSM

6 Ottobre 2026 · admin

Febbre nel bambino: valutazione e gestione per il SSM

La febbre nel bambino è il motivo più frequente di accesso dal pediatra e in pronto soccorso pediatrico. Nella maggior parte dei casi esprime un’infezione virale autolimitante, ma una piccola quota di bambini febbrili nasconde un’infezione batterica grave che va riconosciuta in tempo. Il compito del medico è proprio questo: separare il molto frequente e benigno dal raro e pericoloso, senza trasformare ogni rialzo termico in una batteria di esami. Per il Concorso SSM è un tema trasversale, che coinvolge fisiopatologia, semeiotica, stratificazione del rischio e uso corretto degli antipiretici.

Che cos’è la febbre nel bambino

La febbre è un innalzamento della temperatura corporea dovuto a una regolazione verso l’alto del set point ipotalamico. Va tenuta distinta dall’ipertermia, in cui la temperatura sale nonostante il set point sia normale, per eccessiva produzione di calore o insufficiente dispersione, come nel colpo di calore: in questo secondo caso gli antipiretici non funzionano e il trattamento è il raffreddamento fisico. La definizione convenzionale di febbre fa riferimento a una temperatura di almeno 38 °C, con differenze legate alla sede di misurazione; nei lattanti la misurazione ascellare con termometro elettronico è quella raccomandata nella pratica, mentre quella rettale è oggi sconsigliata come routine.

Il meccanismo si basa sul rilascio di citochine pirogene, come interleuchina 1, interleuchina 6 e TNF, che inducono la sintesi di prostaglandina E2 a livello ipotalamico. Il risultato è una serie di risposte volte ad aumentare la temperatura: vasocostrizione periferica, brividi, ricerca di calore. La febbre ha un significato adattativo e di per sé non è dannosa nel bambino sano, un concetto che le famiglie spesso faticano ad accettare e che viene definito fobia della febbre.

Cause della febbre in età pediatrica

Le cause più frequenti sono infettive e, tra queste, virali: infezioni delle vie aeree superiori, gastroenteriti, bronchioliti, le malattie esantematiche e le febbri senza localizzazione evidente, molte delle quali si risolvono spontaneamente in pochi giorni. Le infezioni batteriche comprendono otite media acuta, faringotonsillite streptococcica, polmonite, infezioni delle vie urinarie, che sono la causa batterica più frequente di febbre senza segni di localizzazione nel lattante, e le infezioni batteriche invasive come batteriemia, sepsi, meningite, osteomielite e artrite settica.

Fra le cause non infettive vanno ricordate la malattia di Kawasaki, le malattie reumatologiche come l’artrite idiopatica giovanile sistemica, le neoplasie, in particolare leucemie e linfomi, le sindromi autoinfiammatorie periodiche come la PFAPA, le reazioni a farmaci e vaccini. Quando la febbre si prolunga senza spiegazione, entra in gioco il concetto di febbre di origine sconosciuta, con un percorso diagnostico dedicato.

Valutazione clinica e segni d’allarme

Il primo elemento da considerare è l’età. Il lattante nei primi mesi di vita rappresenta una categoria a parte: l’immaturità immunitaria, la maggiore incidenza di infezioni batteriche gravi e la scarsa specificità dei segni clinici rendono necessaria una valutazione più prudente, spesso ospedaliera, indipendentemente dall’aspetto del bambino. Nel neonato in particolare la febbre va sempre considerata potenzialmente grave e richiede un inquadramento completo.

Il secondo elemento è l’aspetto generale. Le linee guida internazionali più diffuse utilizzano un sistema a semaforo che valuta colore della cute, attività e reattività, respiro, idratazione e altri segni. Sono indicatori di rischio elevato il pallore marcato o la cute marezzata o cianotica, la mancata risposta agli stimoli, il pianto debole, acuto o continuo, la difficoltà a restare sveglio, i segni di distress respiratorio importante come gemito espiratorio e rientramenti marcati, la ridotta turgidità cutanea, la rigidità nucale, la fontanella bombata, lo stato di male convulsivo, i segni neurologici focali e un esantema petecchiale o purpurico che non scompare alla digitopressione.

La combinazione di febbre e petecchie merita una menzione specifica, perché può essere la presentazione di una malattia meningococcica invasiva, in cui il tempo alla prima dose di antibiotico è decisivo. Tachicardia, tempo di riempimento capillare allungato e alterazione dello stato di coscienza vanno interpretati come possibili segni di shock iniziale anche se la pressione arteriosa è ancora conservata, perché nel bambino l’ipotensione è un segno tardivo.

Diagnosi della febbre nel bambino

L’anamnesi indaga durata e andamento della febbre, sintomi associati, contatti con malati, vaccinazioni, viaggi, patologie croniche e immunodepressione, alimentazione e diuresi. L’esame obiettivo completo ricerca un focolaio: orecchie, faringe, torace, addome, cute, articolazioni, segni meningei. Se il focolaio è evidente e il bambino sta bene, la diagnosi è clinica e gli esami spesso non servono.

Nella febbre senza localizzazione, soprattutto nei bambini più piccoli o con segni di rischio, si ricorre a esami mirati. L’esame delle urine con urinocoltura su campione raccolto correttamente è fondamentale per escludere un’infezione urinaria. Emocromo con formula, proteina C reattiva e procalcitonina aiutano a stratificare il rischio di infezione batterica invasiva, ma nessun marcatore singolo è sufficiente da solo. L’emocoltura si esegue nei quadri a rischio, la radiografia del torace se ci sono segni respiratori, la puntura lombare quando si sospetta una meningite o nel lattante piccolo secondo i protocolli. Una febbre che dura più giorni, con congiuntivite non secretiva, alterazioni delle labbra e del cavo orale, esantema, alterazioni delle estremità e linfoadenopatia cervicale, deve far pensare alla malattia di Kawasaki.

Gestione e uso degli antipiretici

L’obiettivo della terapia antipiretica è il benessere del bambino, non la normalizzazione del numero sul termometro. Gli antipiretici di riferimento in pediatria sono il paracetamolo e l’ibuprofene, dosati in base al peso; l’acido acetilsalicilico è controindicato in età pediatrica per il rischio di sindrome di Reye, salvo indicazioni specifiche come la malattia di Kawasaki. L’uso alternato o combinato dei due farmaci non è raccomandato di routine, perché aumenta il rischio di errori di dosaggio senza vantaggi clinici rilevanti. L’ibuprofene va evitato nel bambino disidratato per il rischio renale e, secondo diverse indicazioni, nelle varicelle per il possibile aumento delle complicanze cutanee.

Le spugnature con acqua fredda o alcol non sono indicate perché provocano vasocostrizione e disagio. Gli antipiretici non prevengono le convulsioni febbrili, un concetto spesso richiesto. Il resto della gestione dipende dalla causa: osservazione e terapia di supporto nelle forme virali, antibiotico mirato nelle infezioni batteriche localizzate, ricovero e antibioticoterapia empirica tempestiva nei quadri a rischio di sepsi o meningite. È essenziale fornire alle famiglie indicazioni chiare su quando ricontattare il medico.

Errori tipici e diagnosi differenziale

L’errore più grave è sottovalutare la febbre nel lattante molto piccolo perché appare in buone condizioni. Altrettanto pericoloso è trascurare le petecchie o attribuire tachicardia e scarsa perfusione solo alla febbre senza rivalutare il bambino dopo l’antipiretico. All’opposto, è un errore prescrivere antibiotici a ogni bambino febbrile senza focolaio batterico, o richiedere esami a tappeto in bambini sani con chiara infezione virale. Altri sbagli tipici sono dimenticare l’esame delle urine nella febbre senza localizzazione, usare l’acido acetilsalicilico, confondere febbre e ipertermia e non considerare la malattia di Kawasaki di fronte a una febbre prolungata con segni mucocutanei.

Nella diagnosi differenziale della febbre persistente vanno tenute presenti, oltre alle infezioni, le malattie infiammatorie sistemiche, le neoplasie ematologiche, la febbre da farmaci e, raramente, la febbre fittizia.

Come cade la febbre nel bambino al concorso

I quesiti più frequenti presentano un lattante con febbre senza localizzazione e chiedono l’esame da eseguire per primo, con la risposta che spesso ricade sull’esame delle urine con urinocoltura. Altri casi descrivono un bambino febbrile con petecchie e scadimento delle condizioni generali, in cui la risposta corretta è l’antibiotico empirico immediato senza attendere gli accertamenti. Un terzo schema riguarda la febbre di più giorni con segni mucocutanei e la diagnosi di malattia di Kawasaki. Non mancano domande sugli antipiretici, sulla controindicazione all’acido acetilsalicilico e sul fatto che non prevengono le convulsioni febbrili.

Per esercitarsi su questi casi con spiegazioni dettagliate delle risposte si possono usare le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia. Chi considera la carriera pediatrica può approfondire la specializzazione in Pediatria.

In sintesi

La febbre nel bambino è un segno, non una malattia: deriva dall’innalzamento del set point ipotalamico e va distinta dall’ipertermia. Le cause sono per lo più infezioni virali autolimitanti, ma la priorità clinica è riconoscere le infezioni batteriche gravi attraverso l’età, l’aspetto generale e i segni d’allarme, come petecchie, alterazione della coscienza e segni di ipoperfusione. Il lattante piccolo merita una valutazione più prudente. Gli esami servono soprattutto nella febbre senza localizzazione, con l’esame delle urine in primo piano. Gli antipiretici, paracetamolo e ibuprofene, servono al benessere del bambino e non prevengono le convulsioni febbrili; l’acido acetilsalicilico è controindicato salvo eccezioni.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

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