Infezione urinaria nel bambino: guida per il SSM
6 Ottobre 2026 · admin
L’infezione urinaria nel bambino è una delle infezioni batteriche più comuni dell’età pediatrica e la causa batterica più frequente di febbre senza segni di localizzazione nel lattante. È un argomento chiave per il Concorso SSM perché riunisce semeiotica, corretta raccolta del campione, interpretazione degli esami, scelta della terapia e indicazione agli accertamenti per immagini, con un legame stretto con il reflusso vescico-ureterale e il rischio di danno renale permanente.
Che cos’è l’infezione urinaria nel bambino
Per infezione delle vie urinarie si intende la colonizzazione e invasione da parte di microrganismi patogeni di un tratto delle vie urinarie normalmente sterile, accompagnata da una risposta infiammatoria e da sintomi. Si distinguono le infezioni delle basse vie, cioè la cistite e l’uretrite, limitate alla vescica e all’uretra, dalle infezioni delle alte vie, cioè la pielonefrite, che coinvolge il parenchima renale. Nella pratica pediatrica si usa anche la distinzione tra infezione febbrile, che nel bambino piccolo viene considerata un indicatore di coinvolgimento renale, e infezione non febbrile, più tipica della cistite del bambino più grande.
Va tenuto separato il concetto di batteriuria asintomatica, cioè la presenza di batteri nelle urine in assenza di sintomi e di risposta infiammatoria significativa, che nel bambino non va ricercata né trattata di routine.
Eziologia e fattori di rischio
L’agente più frequente è Escherichia coli, seguito da altri enterobatteri come Klebsiella, Proteus ed Enterobacter, oltre a enterococchi e, in casi selezionati, Pseudomonas. Proteus è più tipico nei maschi e si associa alla formazione di calcoli di struvite per la sua attività ureasica. La via di infezione è nella grande maggioranza dei casi ascendente, dalla flora perineale all’uretra e alla vescica; la via ematogena è più rilevante nel neonato, in cui l’infezione urinaria può far parte di una sepsi.
Tra i fattori di rischio si annoverano il sesso femminile oltre il primo anno, per la brevità dell’uretra, il sesso maschile nei primi mesi, soprattutto in presenza di prepuzio non retraibile, le anomalie congenite del rene e delle vie urinarie come il reflusso vescico-ureterale, le stenosi del giunto pieloureterale o ureterovescicale e le valvole dell’uretra posteriore, la vescica neurogena, la disfunzione vescicale e intestinale con minzioni rare o trattenute e stipsi cronica, il cateterismo e una storia di precedenti infezioni.
Quadro clinico
La presentazione cambia con l’età. Nel neonato e nel lattante i sintomi sono aspecifici: febbre, irritabilità, scarsa alimentazione, vomito, scarso accrescimento, letargia, talvolta ittero prolungato nel neonato. Proprio per questa aspecificità l’esame delle urine va considerato in ogni lattante con febbre senza localizzazione evidente.
Nel bambino più grande compaiono i sintomi classici. La cistite si manifesta con disuria, pollachiuria, urgenza minzionale, dolore sovrapubico, enuresi secondaria, urine maleodoranti o torbide, in genere senza febbre elevata. La pielonefrite si presenta con febbre, brividi, dolore al fianco o lombare, compromissione delle condizioni generali, vomito; la manovra di percussione della loggia renale può essere positiva. Per un approfondimento sull’adulto si possono consultare le pagine sulla cistite e sulla pielonefrite acuta.
Diagnosi dell’infezione urinaria nel bambino
La diagnosi richiede due elementi: un esame delle urine compatibile, con leucocituria e/o positività dei nitriti, e un’urinocoltura positiva per un singolo patogeno su un campione raccolto in modo corretto. La modalità di raccolta è uno dei punti più importanti dell’argomento. Nel bambino che controlla la minzione si utilizza il mitto intermedio dopo accurata igiene. Nel bambino senza controllo sfinterico il sacchetto adesivo perineale ha un alto rischio di contaminazione: un risultato negativo è utile per escludere l’infezione, mentre un risultato positivo va confermato con un campione raccolto con tecnica affidabile, come il mitto intermedio ottenuto con tecniche di stimolazione, il cateterismo vescicale o, in contesti specifici, la puntura sovrapubica. Nel lattante con febbre e condizioni generali compromesse si raccoglie subito un campione affidabile prima di iniziare l’antibiotico.
Lo stick urinario valuta esterasi leucocitaria e nitriti: i nitriti hanno buona specificità ma bassa sensibilità nel lattante, che svuota spesso la vescica e non lascia ai batteri il tempo di convertire i nitrati. L’esame microscopico del sedimento e la colorazione di Gram aggiungono informazioni. Gli esami ematici come emocromo, proteina C reattiva, procalcitonina e funzionalità renale sono utili nei quadri febbrili e nel sospetto di pielonefrite; l’emocoltura si esegue nei lattanti piccoli e nei bambini con aspetto settico.
Terapia e gestione
La terapia antibiotica va iniziata prontamente nelle forme febbrili, perché il ritardo è associato a un maggior rischio di cicatrici renali, ed è inizialmente empirica, scelta in base all’epidemiologia locale delle resistenze e poi adattata all’antibiogramma. Nella maggior parte dei bambini in buone condizioni con pielonefrite la terapia per via orale è efficace quanto quella parenterale; la via endovenosa si riserva al lattante molto piccolo, al bambino con aspetto settico, disidratato, con vomito che impedisce l’assunzione orale o con scarsa aderenza prevedibile. La cistite del bambino più grande si tratta con cicli brevi per via orale.
Accanto alla terapia antibiotica sono importanti l’idratazione, il controllo della febbre e la correzione dei fattori predisponenti, in particolare la disfunzione vescicale e intestinale, con minzioni regolari e trattamento della stipsi. La profilassi antibiotica continua non è indicata a tutti i bambini dopo una prima infezione: viene riservata a casi selezionati, come i gradi elevati di reflusso o le infezioni febbrili ricorrenti, secondo le linee guida in uso.
Imaging e follow-up
L’ecografia renale e vescicale è l’indagine di primo livello dopo una prima infezione febbrile nel bambino piccolo, per individuare idronefrosi, dilatazioni delle vie urinarie, anomalie della vescica o del parenchima. La cistouretrografia minzionale, o in alternativa la cistosonografia minzionale con mezzo di contrasto, non è più eseguita di routine dopo la prima infezione: le raccomandazioni attuali la riservano ai bambini con ecografia patologica, infezioni febbrili ricorrenti, decorso atipico o germi diversi da E. coli, perché ha lo scopo di ricercare un reflusso di grado clinicamente rilevante. La scintigrafia renale con DMSA è l’esame di riferimento per documentare le cicatrici renali e si esegue a distanza dall’episodio acuto nei casi selezionati. Il follow-up dei bambini con cicatrici prevede il controllo della pressione arteriosa e della funzione renale nel tempo.
Segni d’allarme, diagnosi differenziale ed errori tipici
Segnali che indicano un quadro più complesso sono l’aspetto settico, l’età neonatale, la scarsa diuresi, il getto urinario debole nel maschio, che può far sospettare valvole dell’uretra posteriore, una massa addominale o vescicale palpabile, l’insufficienza renale, la mancata risposta alla terapia nei tempi attesi e le recidive. La diagnosi differenziale comprende la vulvovaginite nelle bambine, la balanopostite nei maschi, l’uretrite, l’appendicite in sede pelvica, che può causare piuria sterile, la calcolosi e i disturbi minzionali funzionali. La febbre senza localizzazione con esame urine negativo rimanda invece a un diverso percorso.
Gli errori tipici sono trattare un’urinocoltura positiva da sacchetto senza conferma, iniziare l’antibiotico prima di aver raccolto un campione affidabile, non eseguire l’esame delle urine nel lattante febbrile senza focolaio, prescrivere la cistografia a tutti dopo la prima infezione, dimenticare la stipsi e la disfunzione minzionale come cause di recidiva, trattare la batteriuria asintomatica e prolungare inutilmente la terapia endovenosa in un bambino che sta bene.
Come cade l’infezione urinaria nel bambino al concorso
Nei quiz il caso più tipico è un lattante con febbre senza localizzazione, irritabilità e scarsa alimentazione: la risposta corretta è l’esame delle urine con urinocoltura su campione affidabile. Altre domande chiedono quale sia l’agente eziologico più frequente, quale tecnica di raccolta sia più affidabile, quale esame eseguire dopo la prima infezione febbrile, con la risposta che ricade sull’ecografia, e in quali casi sia indicata la cistografia. Ricorre anche il collegamento tra reflusso, pielonefrite e cicatrici renali documentate con la scintigrafia DMSA. Per allenarsi su questi passaggi sono utili le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia. Chi è interessato al percorso clinico pediatrico può leggere la pagina sulla specializzazione in Pediatria.
In sintesi
L’infezione urinaria nel bambino è frequente, è sostenuta soprattutto da E. coli per via ascendente e si presenta in modo aspecifico nel lattante e con i sintomi classici nel bambino più grande. La diagnosi richiede esame delle urine e urinocoltura su un campione raccolto correttamente, evitando di trattare risultati positivi da sacchetto non confermati. La terapia antibiotica va iniziata presto nelle forme febbrili, spesso per via orale, e adattata all’antibiogramma. L’ecografia è l’esame di primo livello dopo la prima infezione febbrile, mentre cistografia e scintigrafia DMSA si riservano a casi selezionati. Correggere la disfunzione vescicale e intestinale riduce le recidive.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
