Algodistrofia (CRPS): cause, clinica e terapia
6 Ottobre 2026 · admin
L’algodistrofia, oggi definita sindrome dolorosa regionale complessa (in inglese Complex Regional Pain Syndrome, CRPS), è una condizione di dolore cronico che interessa in genere un arto dopo un evento scatenante, spesso un trauma o un intervento chirurgico, con un dolore sproporzionato rispetto alla lesione iniziale e alterazioni sensitive, vasomotorie, sudomotorie, trofiche e motorie. In passato era nota anche come distrofia simpatico-riflessa o atrofia di Sudeck. È un tema trasversale fra ortopedia, reumatologia, neurologia e terapia del dolore, e al Concorso SSM viene interrogato soprattutto sul riconoscimento clinico, sui criteri diagnostici e sull’approccio terapeutico multimodale.
Che cos’è l’algodistrofia
La caratteristica fondamentale è un dolore regionale, cioè non limitato al territorio di un singolo nervo o dermatomero, che persiste e si amplifica oltre i tempi attesi di guarigione del danno iniziale. Il dolore è accompagnato da segni che documentano un coinvolgimento del sistema nervoso autonomo e dei tessuti: cambiamenti di colore e temperatura della cute, edema, alterazioni della sudorazione, modifiche di peli e unghie, rigidità e debolezza.
Si distinguono due tipi. Nel tipo 1, il più frequente, non esiste una lesione nervosa identificabile: è il quadro classico che segue fratture, distorsioni, immobilizzazioni o interventi. Nel tipo 2, un tempo chiamato causalgia, è presente una lesione documentata di un nervo periferico. Dal punto di vista clinico i due tipi si presentano in modo simile; la distinzione dipende dall’evidenza del danno nervoso.
Eziopatogenesi
La patogenesi non è del tutto chiarita ed è considerata multifattoriale. Un ruolo importante è attribuito all’infiammazione neurogena: le fibre nocicettive rilasciano neuropeptidi come la sostanza P e il peptide correlato al gene della calcitonina, che inducono vasodilatazione, aumento della permeabilità ed edema. A questo si aggiungono la sensibilizzazione periferica e centrale, con amplificazione dei segnali dolorosi a livello del midollo spinale, alterazioni del sistema nervoso simpatico e dell’accoppiamento fra recettori adrenergici e fibre nocicettive, e una riorganizzazione della corteccia somatosensoriale e motoria, che spiega in parte i disturbi di percezione dell’arto.
Sono stati proposti anche fattori autoimmuni, genetici e psicologici: ansia e depressione non causano la malattia, ma possono influenzarne il decorso e la percezione del dolore. Gli eventi scatenanti più tipici sono le fratture dell’estremità distale del radio, come la frattura di Colles, le distorsioni di caviglia, gli interventi ortopedici, gli apparecchi gessati troppo stretti e l’immobilizzazione prolungata. Si osserva anche dopo un ictus, nella forma nota come sindrome spalla-mano, e talvolta senza un evento chiaro.
Clinica dell’algodistrofia
Il sintomo cardine è il dolore, spesso descritto come bruciante, profondo, continuo, peggiorato dal movimento e dagli stimoli, con allodinia, cioè dolore provocato da stimoli normalmente non dolorosi come lo sfioramento o il contatto con le lenzuola, e iperalgesia. Il dolore si estende al di là della sede del trauma e non segue la distribuzione di un nervo.
Classicamente si descriveva una prima fase calda, con arto edematoso, arrossato, caldo e sudato, seguita da una fase fredda, con cute pallida o cianotica, fredda, lucida, atrofica, e infine da una fase di atrofia con retrazioni e rigidità. Oggi si preferisce parlare di sottotipi caldo e freddo più che di stadi in successione obbligata, perché l’evoluzione è variabile. Le alterazioni trofiche comprendono cute sottile e lucida, crescita alterata di peli e unghie, osteoporosi regionale; i disturbi motori comprendono debolezza, riduzione dell’escursione articolare, tremore e distonia. Alcuni pazienti descrivono l’arto come estraneo o difficile da percepire nella propria posizione.
Nella maggior parte dei casi l’algodistrofia interessa un solo arto, più spesso quello superiore dopo traumi del polso o della mano, ma può colpire anche piede e caviglia. Il decorso è variabile: molti pazienti migliorano in mesi, soprattutto se il trattamento inizia presto, mentre in una parte dei casi il dolore e la disabilità persistono a lungo, con ricadute sulla vita lavorativa e sul tono dell’umore. La perdita di massa ossea regionale, con un’immagine di osteoporosi localizzata, è uno dei segni oggettivi più utili.
Diagnosi: i criteri di Budapest
La diagnosi è clinica e si basa sui criteri di Budapest, che richiedono un dolore continuo sproporzionato rispetto all’evento scatenante, la presenza di sintomi riferiti dal paziente e di segni osservati dal medico in diverse categorie (sensitiva, vasomotoria, sudomotoria o edema, motoria o trofica) e l’assenza di un’altra diagnosi che spieghi meglio il quadro. Questo ultimo punto è essenziale: l’algodistrofia è una diagnosi di esclusione ragionata.
Gli esami strumentali servono a supportare la diagnosi e a escludere alternative. La radiografia può mostrare un’osteoporosi a chiazze, periarticolare, che compare dopo alcune settimane. La scintigrafia ossea trifasica evidenzia, nelle fasi precoci, un aumento di captazione nella fase tardiva a distribuzione periarticolare diffusa; la risonanza magnetica può mostrare edema midollare ed edema dei tessuti molli. La termografia documenta asimmetrie di temperatura tra i due arti. Gli esami di laboratorio sono in genere normali e servono soprattutto a escludere infezioni o artriti.
Terapia
La terapia è multimodale e deve iniziare precocemente. Il pilastro è la riabilitazione: fisioterapia e terapia occupazionale con mobilizzazione progressiva, esercizi di desensibilizzazione, carico graduale, terapia dello specchio e immaginazione motoria graduata, con l’obiettivo di recuperare la funzione evitando l’immobilizzazione, che peggiora il quadro. Il supporto psicologico, anche con tecniche cognitivo-comportamentali, aiuta a gestire il dolore cronico e la paura del movimento.
Sul piano farmacologico, i bisfosfonati, in particolare il neridronato per via endovenosa o intramuscolare, hanno dimostrato efficacia nelle fasi precoci dell’algodistrofia di tipo 1, e in Italia sono una terapia di riferimento in questo ambito. I corticosteroidi a breve ciclo possono essere utili nelle forme acute infiammatorie. Per il dolore neuropatico si impiegano gabapentin, pregabalin, antidepressivi triciclici o duloxetina; i FANS hanno un ruolo limitato. Nei casi refrattari si ricorre a blocchi simpatici, stimolazione del midollo spinale e altre tecniche di terapia del dolore. La prevenzione ha un ruolo: dopo fratture di polso è importante mobilizzare precocemente le dita, controllare che il gesso non sia stretto e trattare tempestivamente il dolore.
Diagnosi differenziale
Prima di porre diagnosi di algodistrofia bisogna escludere condizioni che possono provocare dolore, edema e alterazioni della cute di un arto: la trombosi venosa profonda, la cellulite infettiva, l’artrite settica o reattiva, una frattura misconosciuta o una pseudoartrosi, una compressione nervosa come la sindrome del tunnel carpale, una neuropatia periferica, un’arteriopatia, la gotta e le malattie reumatiche infiammatorie. Va considerata anche l’eritromelalgia, che però è scatenata dal caldo, è in genere bilaterale e non segue un trauma. La spalla congelata può coesistere con l’algodistrofia nella sindrome spalla-mano.
Errori tipici
Il primo errore è immobilizzare l’arto doloroso per proteggerlo: l’immobilizzazione peggiora la malattia, mentre la mobilizzazione guidata è terapeutica. Il secondo è porre la diagnosi senza escludere trombosi, infezioni o fratture non consolidate. Il terzo è considerare il dolore come psicogeno o simulato perché sproporzionato: la sproporzione è proprio un criterio della malattia. Infine, alcuni studenti confondono i due tipi, attribuendo al tipo 1 la lesione nervosa che invece definisce il tipo 2.
Come cade l’algodistrofia al concorso
Al Concorso SSM l’algodistrofia compare in genere come caso clinico: una donna di mezza età che, alcune settimane dopo una frattura del polso trattata con gesso, sviluppa dolore urente diffuso alla mano, edema, cute lucida e calda, sudorazione alterata e rigidità delle dita. Le domande chiedono la diagnosi, l’esame che mostra l’osteoporosi a chiazze o l’ipercaptazione periarticolare, i criteri diagnostici (Budapest) o la terapia, con riabilitazione precoce e bisfosfonati. Può essere chiesta anche la differenza tra tipo 1 e tipo 2.
Per consolidare il ragionamento su questi casi, la Piattaforma Accademia offre simulazioni commentate in cui le scelte terapeutiche vengono spiegate passo per passo, aiutando a evitare le risposte trappola sull’immobilizzazione.
In sintesi
L’algodistrofia, o sindrome dolorosa regionale complessa, è un dolore cronico regionale sproporzionato, con alterazioni sensitive, vasomotorie, sudomotorie, trofiche e motorie, che segue spesso un trauma, una frattura o un intervento. Il tipo 1 non ha lesione nervosa, il tipo 2 sì. La diagnosi è clinica, secondo i criteri di Budapest, dopo aver escluso altre cause; radiografia, scintigrafia e risonanza forniscono un supporto. La terapia è multimodale, con riabilitazione precoce, bisfosfonati nelle fasi iniziali, farmaci per il dolore neuropatico e supporto psicologico. Ricorda che l’immobilizzazione peggiora il quadro.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
