Antibiogramma: come si legge e come si usa
6 Ottobre 2026 · admin
L’antibiogramma è l’esame di laboratorio che misura la sensibilità di un batterio isolato da un campione clinico nei confronti di una serie di antibiotici. È il ponte fra la microbiologia e la terapia: trasforma una terapia empirica, scelta su base probabilistica, in una terapia mirata, più efficace e spesso a spettro più ristretto. Per il Concorso SSM non basta sapere che esiste: occorre capire come si legge, cosa significano le categorie interpretative, quali sono i suoi limiti e come si integra nella gestione clinica del paziente.
Che cos’è l’antibiogramma
L’antibiogramma è un test di sensibilità in vitro: un ceppo batterico, ottenuto in coltura pura, viene messo a contatto con concentrazioni note di diversi antibiotici e se ne osserva la crescita. Il risultato descrive se il microrganismo, in quelle condizioni standardizzate, viene inibito da concentrazioni del farmaco raggiungibili nel paziente con i dosaggi abituali. Non è quindi una misura assoluta dell’efficacia clinica, ma una stima della probabilità di successo terapeutico.
Il presupposto è avere un isolato clinicamente significativo. Per questo l’antibiogramma si esegue dopo l’identificazione del microrganismo in un campione corretto, come un’emocoltura positiva, un’urinocoltura con carica significativa in un paziente sintomatico o un materiale prelevato da una sede sterile. Un antibiogramma eseguito su un contaminante o su un colonizzante rischia di generare terapie inutili.
Principi: concentrazione minima inibente e breakpoint
Il concetto centrale è la concentrazione minima inibente (MIC), cioè la più bassa concentrazione di antibiotico che impedisce la crescita visibile del batterio in condizioni standard. La MIC da sola non basta: va confrontata con i breakpoint clinici, soglie stabilite da comitati internazionali di riferimento (in Europa EUCAST, negli Stati Uniti CLSI) sulla base di dati microbiologici, farmacocinetici, farmacodinamici e clinici. I breakpoint sono specifici per specie, per farmaco e talvolta per sede di infezione o per dosaggio.
Esiste anche la concentrazione minima battericida, la più bassa che uccide il batterio, ma nella pratica clinica corrente l’antibiogramma si basa sulla MIC. Il confronto fra MIC e breakpoint consente di attribuire a ogni coppia microrganismo-farmaco una categoria interpretativa.
Classificazione dei risultati dell’antibiogramma
Secondo le definizioni europee attuali, le categorie sono tre. S, sensibile a dosaggio standard: alta probabilità di successo con il dosaggio abituale. I, sensibile ad aumentata esposizione: il successo è probabile se l’esposizione al farmaco viene aumentata, con dosi più alte, infusioni prolungate o perché il farmaco si concentra nella sede di infezione (per esempio nelle urine). R, resistente: alta probabilità di fallimento anche con esposizione aumentata. È un punto che cade facilmente in errore: nella definizione europea la lettera I non significa più intermedio o incerto, ma indica un farmaco utilizzabile a patto di aumentarne l’esposizione.
Il referto riporta di solito il microrganismo identificato, l’elenco dei farmaci testati, la MIC quando disponibile e la categoria. Molti laboratori applicano la refertazione selettiva: mostrano prima i farmaci a spettro più ristretto e riservano quelli di ultima linea ai ceppi resistenti, una scelta coerente con i principi di stewardship.
Metodi di laboratorio descritti in generale
I metodi si dividono in fenotipici e genotipici.
Metodi fenotipici
La diluizione in brodo è il metodo di riferimento: il batterio viene inoculato in pozzetti con concentrazioni scalari di antibiotico e la MIC corrisponde al primo pozzetto senza crescita. I sistemi automatici usati nella maggior parte dei laboratori si basano su questo principio miniaturizzato e forniscono risultati in tempi più brevi. La diffusione in agar (metodo di Kirby-Bauer) usa dischetti impregnati di antibiotico posti su una piastra seminata: il farmaco diffonde, crea un gradiente e attorno al disco si forma un alone di inibizione il cui diametro, confrontato con i breakpoint, consente di classificare il ceppo. Le strisce a gradiente combinano i due approcci e permettono di leggere direttamente una MIC su piastra.
Metodi genotipici e rapidi
Le tecniche molecolari ricercano geni di resistenza specifici, come mecA per la meticillino-resistenza dello stafilococco, i geni van degli enterococchi o i geni che codificano le principali carbapenemasi. Sono rapide e preziose nei casi gravi, ma rilevano solo ciò che cercano: l’assenza di un gene non garantisce la sensibilità. Esistono inoltre test fenotipici rapidi per la produzione di beta-lattamasi a spettro esteso o di carbapenemasi. In genere i metodi molecolari affiancano, non sostituiscono, l’antibiogramma fenotipico.
Meccanismi di resistenza e regole interpretative
L’antibiogramma non è una semplice lista di S e R: il laboratorio applica regole di lettura interpretativa basate sui meccanismi di resistenza noti. Uno stafilococco che risulta resistente alla cefoxitina, usata come marcatore, viene refertato come resistente a quasi tutti i beta-lattamici perché porta mecA. Un enterobatterio produttore di ESBL può apparire sensibile in vitro ad alcune cefalosporine, ma il laboratorio interpreta il risultato alla luce del meccanismo. Gli enterococchi sono intrinsecamente resistenti alle cefalosporine e questi farmaci non vanno considerati anche se non riportati. Nella resistenza inducibile alla clindamicina in uno stafilococco resistente all’eritromicina, un test dedicato evita di refertare come sensibile un farmaco destinato a fallire.
Conoscere le resistenze intrinseche è essenziale: pseudomonas aeruginosa è naturalmente resistente a molti beta-lattamici non antipseudomonas, i Gram negativi lo sono ai glicopeptidi, gli anaerobi agli aminoglicosidi. Un antibiogramma va sempre letto con queste conoscenze in mente.
Implicazioni terapeutiche per classi di antibiotici
L’uso clinico dell’antibiogramma si traduce in alcuni principi. Il primo è la de-escalation: quando il risultato arriva, la terapia empirica ad ampio spettro va ridotta al farmaco efficace a spettro più ristretto, per esempio passando da un carbapenemico a una cefalosporina o da una vancomicina a un beta-lattamico antistafilococcico. Il secondo è la scelta della molecola in base alla sede: un farmaco sensibile in vitro ma con scarsa penetrazione nel liquor o nell’osso non è adatto a una meningite o a un’osteomielite. Il terzo è la sinergia: in alcune infezioni, come l’endocardite enterococcica, si associano due farmaci della stessa scheda.
Ragionare per classi di antibiotici aiuta: gli antibiotici beta-lattamici sono preferiti quando il ceppo è sensibile perché battericidi e ben tollerati; i chinoloni vanno riservati quando le alternative mancano, per il loro profilo di effetti avversi e l’impatto ecologico; gli aminoglicosidi si usano con monitoraggio dei livelli. La terapia guidata dall’antibiogramma, infine, va sempre integrata con il controllo della fonte (drenaggio di ascessi, rimozione di cateteri infetti), perché nessun farmaco sensibile supplisce a una raccolta non drenata.
Limiti dell’antibiogramma e prevenzione
L’antibiogramma ha limiti precisi. Misura un comportamento in vitro che non tiene conto del biofilm, della carica batterica elevata, delle condizioni locali come l’acidità o la presenza di pus, né dello stato immunitario del paziente. Richiede in genere uno o due giorni dopo la crescita in coltura. Dipende dalla qualità del campione e dalla corretta identificazione del patogeno. Per questo un antibiogramma di sensibilità non garantisce la guarigione e un fallimento clinico richiede di rivalutare diagnosi, fonte e dosaggio.
I dati aggregati degli antibiogrammi di un ospedale formano l’antibiogramma cumulativo, strumento di sorveglianza che guida le linee guida locali per la terapia empirica e documenta la diffusione delle resistenze. In questo senso l’esame è anche uno strumento di prevenzione e di controllo delle infezioni correlate all’assistenza.
Errori tipici e come cade l’antibiogramma al concorso
Al concorso l’antibiogramma compare in casi clinici con referto allegato o in domande teoriche su MIC, breakpoint e categorie. Le domande tipiche chiedono quale farmaco scegliere fra quelli sensibili, cosa fare dopo il risultato o come interpretare un ceppo con un determinato profilo.
Gli errori più comuni sono: scegliere il farmaco più potente o più recente invece del più mirato; confrontare le MIC di farmaci diversi come se il valore più basso indicasse il farmaco migliore, mentre ogni MIC va confrontata con il proprio breakpoint; interpretare la I come intermedio inutilizzabile; trattare in base all’antibiogramma un batterio isolato da un campione contaminato o una batteriuria asintomatica; ignorare la sede di infezione e la penetrazione del farmaco; dimenticare le resistenze intrinseche. Le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia propongono referti da interpretare con il commento passo per passo, un buon esercizio per evitare queste trappole.
In sintesi
L’antibiogramma misura in vitro la sensibilità di un batterio agli antibiotici confrontando la MIC con breakpoint clinici specifici. Le categorie europee sono S, I (sensibile ad aumentata esposizione) e R. I metodi principali sono la diluizione in brodo, la diffusione in agar e le strisce a gradiente, affiancati da test molecolari per geni di resistenza. Il risultato va letto con le regole interpretative, le resistenze intrinseche e la sede di infezione, e serve soprattutto alla de-escalation verso il farmaco efficace a spettro più ristretto. Per il concorso, la regola d’oro è scegliere il farmaco più mirato, non il più potente.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
