Le prove ufficiali SSM: tutte le domande commentate e le simulazioni del concorsoScopri di più

Concorso SSM

Ischemia acuta degli arti: le 6 P e la terapia

6 Ottobre 2026 · admin

Ischemia acuta degli arti: le 6 P e la terapia

L’ischemia acuta degli arti è un’improvvisa riduzione della perfusione arteriosa di un arto che ne minaccia la vitalità. È una vera emergenza vascolare: il tempo che passa tra l’occlusione e la riperfusione decide se l’arto si salva, se resterà un danno neuromuscolare permanente o se sarà necessaria un’amputazione, e influenza anche la sopravvivenza del paziente. Per il Concorso SSM è un tema ad altissima resa, perché mette insieme semeiotica, cardiologia, farmacologia e chirurgia in casi clinici molto riconoscibili.

Che cos’è l’ischemia acuta degli arti

Si definisce acuta un’ischemia insorta da poco tempo, convenzionalmente entro due settimane dall’esordio dei sintomi; oltre si parla di ischemia cronica o, se il peggioramento è recente su un quadro preesistente, di ischemia cronica riacutizzata. A differenza dell’arteriopatia cronica, in cui l’ostruzione si forma lentamente e lascia il tempo ai circoli collaterali di svilupparsi, nell’evento acuto i tessuti a valle si trovano bruscamente senza rifornimento. Muscoli e nervi periferici sono i tessuti più sensibili all’anossia, mentre cute e ossa tollerano più a lungo la riduzione di flusso.

L’arto inferiore è colpito molto più spesso del superiore. La gravità dipende dalla sede dell’occlusione, dalla presenza o meno di collaterali preesistenti e dal tempo trascorso.

Cause: embolia o trombosi

Le due grandi cause sono l’embolia e la trombosi in situ, e saperle distinguere è il cuore di molte domande.

L’embolia arteriosa è dovuta a materiale che si stacca da una sorgente a monte e si ferma in un’arteria sana, tipicamente nei punti di biforcazione dove il calibro si riduce: biforcazione femorale, poplitea, biforcazione aortica, omerale. La sorgente più frequente è il cuore, in particolare l’atrio sinistro nella fibrillazione atriale; seguono il trombo ventricolare dopo un infarto esteso o in una cardiomiopatia dilatativa, le vegetazioni dell’endocardite infettiva, le protesi valvolari e il mixoma atriale. Fonti non cardiache sono gli aneurismi aortici e poplitei con trombo murale e, più raramente, l’embolia paradossa attraverso un forame ovale pervio in un paziente con trombosi venosa.

La trombosi in situ si sviluppa invece su un’arteria già malata, quasi sempre su una placca aterosclerotica critica, in un paziente con storia di arteriopatia obliterante e quindi con collaterali già sviluppati. Altre cause di trombosi sono l’occlusione di un bypass o di uno stent, la trombosi di un aneurisma popliteo, gli stati di ipercoagulabilità, la dissecazione arteriosa e i traumi, compresi quelli iatrogeni da cateterismo.

Il confronto è classico. L’embolia ha un esordio brusco, in un paziente con cardiopatia emboligena, senza storia di claudicatio e con polsi controlaterali normali; l’ischemia è spesso più grave perché mancano i collaterali. La trombosi ha in genere un esordio meno violento, in un paziente con claudicatio nota, fattori di rischio aterosclerotici e polsi ridotti anche dal lato sano.

Clinica: le sei P

Il quadro si ricorda con le sei P: pain (dolore), pallor (pallore), pulselessness (assenza di polso), paresthesia (parestesie), paralysis (paralisi) e poikilothermia (arto freddo). Il dolore è improvviso, intenso e diffuso a valle dell’occlusione; l’arto è pallido, a volte marezzato, freddo rispetto al controlaterale; i polsi sono assenti al di sotto del livello dell’ostruzione.

Il punto più importante è che non tutte le P hanno lo stesso peso prognostico. I deficit sensitivi e motori indicano che l’ischemia sta danneggiando nervi e muscoli e segnano il passaggio verso un arto minacciato: la comparsa di paralisi e di perdita della sensibilità impone la rivascolarizzazione immediata. La tensione dolorosa dei muscoli del polpaccio e la rigidità muscolare sono segni tardivi; la marezzatura fissa, che non sbianca alla pressione, e la paralisi completa indicano danno irreversibile.

Per stratificare la gravità si usa la classificazione di Rutherford, che distingue un arto vitale, senza deficit sensitivo o motorio e con segnale doppler arterioso udibile; un arto minacciato, marginalmente o immediatamente salvabile, in base alla presenza ed entità dei deficit neurologici e alla perdita del segnale arterioso; e un arto con danno irreversibile, con anestesia e paralisi profonde e assenza di segnale arterioso e venoso. La classe guida la strategia e l’urgenza.

Diagnosi dell’ischemia acuta degli arti

La diagnosi è innanzitutto clinica e non deve essere ritardata da esami superflui. Si palpano i polsi in modo sistematico e bilaterale, si valutano colorito, temperatura, sensibilità e motilità, e si utilizza il doppler a onda continua per verificare la presenza di segnale arterioso e venoso a livello della caviglia. Nell’arto minacciato in modo immediato, l’esame di imaging non deve far perdere tempo prezioso prima della rivascolarizzazione.

Quando le condizioni lo permettono, l’eco-color-doppler localizza l’occlusione; l’angio-TC fornisce una mappa completa dell’albero arterioso ed è utile per pianificare l’intervento, mentre l’angiografia intraoperatoria consente diagnosi e trattamento nello stesso tempo. In parallelo vanno eseguiti ECG, alla ricerca di fibrillazione atriale o segni di infarto, ecocardiogramma per cercare la sorgente emboligena, esami di laboratorio con emocromo, coagulazione, funzione renale, elettroliti, CPK e mioglobina, utili anche per prevedere le complicanze da riperfusione.

Terapia medica immediata

Appena posta la diagnosi, salvo controindicazioni, si somministra eparina non frazionata per via endovenosa, con l’obiettivo di bloccare l’estensione del trombo a valle e a monte e di preservare i circoli collaterali. Si associano analgesia adeguata, idratazione, protezione dell’arto da traumi e da fonti di calore, posizione dell’arto in lieve declivio per favorire la perfusione. Non vanno applicati né calore diretto né bendaggi compressivi. Vanno corretti i fattori aggravanti, come l’ipotensione, la disidratazione e lo scompenso cardiaco.

Rivascolarizzazione chirurgica ed endovascolare

La strategia dipende dalla classe clinica e dalla causa. Nell’embolia su arteria sana, il trattamento classico è l’embolectomia con catetere a palloncino di Fogarty, introdotto attraverso un’arteriotomia, spesso femorale o omerale, e fatto avanzare oltre l’embolo per poi essere ritirato a palloncino gonfio trascinando il materiale. È un intervento rapido, eseguibile anche in anestesia locale.

Nella trombosi su arteriopatia preesistente la semplice rimozione del trombo non basta, perché resta la lesione sottostante: servono trombolisi locoregionale con catetere intrarterioso, trombectomia meccanica o aspirativa, seguite da angioplastica e stenting della lesione causale, oppure un bypass chirurgico. La trombolisi intrarteriosa con trombolitici è adatta soprattutto agli arti vitali o marginalmente minacciati, perché richiede tempo per agire; nei pazienti con deficit motorio severo è preferibile la chirurgia, più rapida. Le controindicazioni emorragiche alla trombolisi vanno sempre valutate.

Nell’arto con danno irreversibile la rivascolarizzazione non ha senso e anzi espone a gravi complicanze sistemiche: si procede con l’amputazione primaria. Dopo il trattamento, in un’embolia di origine cardiaca, è indispensabile impostare l’anticoagulazione a lungo termine per prevenire recidive.

Sindrome da riperfusione e sindrome compartimentale

Il ripristino del flusso non chiude la partita. I muscoli ischemici, una volta riperfusi, rilasciano nel circolo potassio, acido lattico, mioglobina e radicali liberi: ne derivano iperkaliemia con rischio di aritmie, acidosi metabolica, rabdomiolisi con insufficienza renale acuta da mioglobinuria. Il quadro va prevenuto e trattato con monitoraggio elettrolitico, idratazione abbondante e correzione dell’acidosi.

Localmente, l’edema da riperfusione può aumentare la pressione nei compartimenti fasciali della gamba fino a comprimere vasi e nervi: è la sindrome compartimentale, che si manifesta con dolore sproporzionato, aggravato dallo stiramento passivo dei muscoli, e tensione del compartimento. La terapia è la fasciotomia, che in caso di ischemia prolungata viene spesso eseguita in modo profilattico nello stesso intervento. Un polso periferico presente non esclude la sindrome compartimentale.

Diagnosi differenziale ed errori tipici

L’ischemia acuta degli arti va distinta dalla trombosi venosa profonda massiva con phlegmasia cerulea dolens, in cui l’arto è edematoso e cianotico più che pallido e la compromissione arteriosa è secondaria all’ostruzione venosa. Altre diagnosi differenziali sono la dissecazione aortica con estensione alle iliache, il vasospasmo da farmaci o droghe, lo shock con bassa portata e vasocostrizione periferica, le neuropatie acute e le compressioni nervose, la sindrome compartimentale primaria dopo trauma.

Gli errori tipici sono: ritardare l’eparina in attesa degli esami; perdere tempo con l’imaging in un arto immediatamente minacciato; considerare equivalenti tutte le P, quando sono i deficit sensitivo-motori a definire l’urgenza; tentare una trombolisi in un arto con paralisi profonda; rivascolarizzare un arto ormai non vitale invece di amputare; dimenticare la ricerca della sorgente emboligena e l’anticoagulazione dopo l’intervento; sottovalutare l’iperkaliemia post-riperfusione.

Come cade l’ischemia acuta degli arti al concorso

Il caso tipico è un paziente anziano con fibrillazione atriale non anticoagulata che arriva in pronto soccorso con dolore improvviso alla gamba, arto pallido e freddo, polso femorale presente e poplitei e pedidi assenti: si chiede la sede dell’embolo, il primo provvedimento farmacologico o l’intervento indicato. Una variante presenta un paziente con claudicatio di vecchia data e polsi ridotti bilateralmente: il distrattore è l’embolectomia semplice, mentre la risposta giusta riguarda una trombosi su placca da trattare con trombolisi o rivascolarizzazione della lesione.

Altre domande riguardano il significato prognostico dei deficit neurologici, la classificazione di Rutherford, la sindrome compartimentale post-riperfusione con l’indicazione alla fasciotomia, l’iperkaliemia e l’insufficienza renale da mioglobina. Per fissare la logica dei casi conviene allenarsi su quesiti analoghi: sulla Piattaforma Accademia le simulazioni commentate spiegano passo per passo perché una scelta è corretta e le altre no. Utile anche il ripasso dell’arteriopatia obliterante cronica per il confronto con il quadro acuto.

In sintesi

L’ischemia acuta degli arti è un’improvvisa riduzione della perfusione che minaccia la vitalità dell’arto. Le cause principali sono l’embolia, quasi sempre di origine cardiaca, e la trombosi su arteria già malata. Il quadro si riassume nelle sei P, ma sono i deficit sensitivi e motori a definire l’urgenza; la classificazione di Rutherford guida le scelte. Eparina subito, poi rivascolarizzazione: embolectomia con Fogarty nell’embolia, trombolisi, procedure endovascolari o bypass nella trombosi, amputazione primaria se il danno è irreversibile. Dopo la riperfusione vanno sorvegliate iperkaliemia, acidosi, rabdomiolisi e sindrome compartimentale.


Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.

← Torna a tutte le notizie

Scrivici su WhatsApp