Ortogeriatria: modello, équipe e concorso SSM
6 Ottobre 2026 · admin
L’ortogeriatria è il modello di cura in cui ortopedico e geriatra gestiscono insieme il paziente anziano con frattura da fragilità, in particolare la frattura del femore prossimale, dal ricovero fino alla riabilitazione e alla prevenzione delle fratture successive. Nasce dalla constatazione che l’anziano fratturato non è solo un problema osseo: è un paziente fragile, con più malattie, molti farmaci e un rischio elevato di complicanze mediche, che spesso determinano l’esito più dell’intervento chirurgico stesso. Per il Concorso SSM e per i concorsi di infermieri e OSS è un esempio emblematico di organizzazione dell’assistenza centrata sul paziente geriatrico.
Che cos’è l’ortogeriatria
Nel modello tradizionale l’anziano con frattura del femore veniva ricoverato in ortopedia, operato e, in caso di problemi medici, affidato a consulenze occasionali. L’ortogeriatria supera questo schema: il geriatra non è un consulente chiamato quando qualcosa va storto, ma un membro stabile dell’équipe che partecipa alle decisioni fin dall’ingresso. Esistono diversi modelli organizzativi: consulenza geriatrica strutturata e quotidiana in reparto ortopedico, gestione condivisa con responsabilità comune, oppure unità ortogeriatriche dedicate in cui il paziente è ricoverato in un’area a gestione geriatrica con il chirurgo ortopedico che opera e segue gli aspetti chirurgici. Il modello a gestione condivisa è quello più spesso associato a risultati migliori.
Il paziente tipico è una persona molto anziana, spesso donna, con osteoporosi, che cade in casa da posizione eretta e riporta una frattura del collo femorale o pertrocanterica. Accanto alla frattura ci sono spesso scompenso cardiaco, insufficienza renale, decadimento cognitivo, malnutrizione, politerapia e una storia di cadute.
Obiettivi dell’ortogeriatria
Il primo obiettivo è portare il paziente all’intervento chirurgico in tempi brevi e nelle migliori condizioni possibili. Il ritardo chirurgico non giustificato si associa a più complicanze, per cui la stabilizzazione medica va fatta rapidamente e senza rinvii per accertamenti non indispensabili. Il secondo obiettivo è prevenire e trattare le complicanze tipiche: delirium postoperatorio, infezioni, tromboembolismo, lesioni da pressione, ritenzione urinaria, stipsi, anemia, disidratazione e squilibri elettrolitici, scompenso cardiaco.
Il terzo obiettivo è il recupero funzionale: mobilizzare il paziente il prima possibile dopo l’intervento, idealmente già dal giorno successivo, con carico consentito quando la tecnica chirurgica lo permette, per tornare al livello di autonomia precedente. Il quarto è la prevenzione secondaria: valutare e trattare l’osteoporosi e il rischio di caduta, perché chi ha avuto una frattura da fragilità ha un rischio elevato di nuove fratture. Infine si pianifica una dimissione sicura verso il domicilio, la riabilitazione o una struttura, in base alla situazione.
Le figure professionali coinvolte
Il chirurgo ortopedico decide e realizza l’intervento, scegliendo tra osteosintesi e protesi in base al tipo di frattura e alle condizioni del paziente; il ruolo dell’ortopedico in questi percorsi è approfondito anche nella pagina sulla specializzazione in ortopedia e traumatologia. Il geriatra esegue la valutazione multidimensionale, ottimizza le condizioni mediche, rivede la terapia, previene e gestisce il delirium, imposta la prevenzione secondaria. L’anestesista valuta il rischio operatorio e gestisce anestesia e analgesia, con un ruolo importante dei blocchi nervosi periferici per il controllo del dolore con meno oppioidi.
L’infermiere monitora parametri, dolore, stato mentale, diuresi, alvo e cute, applica i protocolli di prevenzione e coordina l’assistenza quotidiana. Il fisioterapista avvia la mobilizzazione precoce e il recupero del cammino. L’operatore socio-sanitario sostiene la persona nell’igiene, nell’alimentazione, nei cambi posturali e nei primi trasferimenti, osservando segni di confusione o disagio, secondo le mansioni dell’OSS. Il dietista interviene sulla malnutrizione, molto frequente, e l’assistente sociale prepara la dimissione. I familiari sono preziosi per raccogliere la storia funzionale e cognitiva precedente, e la loro presenza aiuta a prevenire il delirium.
Gli strumenti del percorso ortogeriatrico
Il percorso si fonda su protocolli condivisi che coprono tutte le fasi. In pronto soccorso: analgesia precoce, anche con blocco nervoso, valutazione rapida, attenzione alla cute e all’idratazione, avvio del percorso dedicato. Nella fase preoperatoria: valutazione geriatrica, gestione dell’anticoagulazione e degli antiaggreganti secondo protocollo, correzione di anemia ed elettroliti, revisione dei farmaci a rischio. Nella fase postoperatoria: mobilizzazione precoce, profilassi del tromboembolismo, controllo del dolore, prevenzione delle lesioni da pressione, monitoraggio del bilancio idrico, gestione di catetere e alvo, screening del delirium con strumenti validati.
La valutazione multidimensionale utilizza scale per l’autonomia funzionale prima della frattura, lo stato cognitivo, la nutrizione e il rischio di caduta. La prevenzione secondaria comprende la valutazione del metabolismo osseo, la correzione del deficit di vitamina D e l’avvio di una terapia antiosteoporotica quando indicata, oltre a interventi sul rischio di caduta come la revisione dei farmaci e l’esercizio. Molti centri raccolgono indicatori di qualità, come i tempi chirurgici, la mobilizzazione precoce e l’avvio della terapia per l’osteoporosi, per verificare il funzionamento del percorso.
Il delirium, complicanza sentinella
Il delirium è tra le complicanze più frequenti nell’anziano fratturato e si associa a degenza più lunga, peggior recupero e maggiore mortalità. La prevenzione è soprattutto non farmacologica: orientamento, occhiali e protesi acustiche, sonno protetto, idratazione, controllo del dolore, mobilizzazione, riduzione dei farmaci deliriogeni e dei dispositivi non necessari.
Dalla dimissione alla riabilitazione
Il percorso ortogeriatrico non si chiude con l’intervento. La dimissione va preparata fin dai primi giorni, valutando insieme al paziente e alla famiglia quale sia il setting più adatto: rientro a domicilio con fisioterapia ambulatoriale o domiciliare, ricovero in riabilitazione intensiva o estensiva, oppure una struttura residenziale quando la rete familiare non è sufficiente. La scelta dipende dall’autonomia precedente alla frattura, dallo stato cognitivo, dalle condizioni mediche e dal supporto disponibile, non dall’età anagrafica.
Nel passaggio tra ospedale e territorio contano la lettera di dimissione chiara, con la terapia aggiornata e le indicazioni sul carico, la prescrizione degli ausili come deambulatore o rialzo per il water, il programma di controllo della ferita e della profilassi antitrombotica, e un appuntamento per il follow-up dell’osteoporosi. Anche l’ambiente domestico va considerato: tappeti, scarsa illuminazione, scale senza corrimano e bagni non attrezzati sono fattori di rischio per una nuova caduta. Coinvolgere il medico di medicina generale e i servizi territoriali, se necessario con l’assistenza domiciliare, riduce i reingressi precoci in ospedale e protegge il recupero ottenuto.
Errori tipici
L’errore più importante è ritardare l’intervento per completare accertamenti non necessari o per attendere condizioni perfette che non arriveranno. La stabilizzazione va fatta in parallelo, non in sequenza. Un secondo errore è sottotrattare il dolore per paura degli oppioidi, dimenticando che il dolore non controllato è esso stesso un fattore di rischio per il delirium. Un terzo è tenere il paziente a letto troppo a lungo dopo l’intervento, con tutte le conseguenze dell’immobilità.
Frequenti anche la mancata valutazione cognitiva all’ingresso, che impedisce di distinguere un delirium da una demenza preesistente, la contenzione fisica del paziente agitato, il catetere vescicale mantenuto senza indicazione e, soprattutto, la dimissione senza alcun intervento sull’osteoporosi. Considerare la frattura come un evento isolato e non come il segnale di una fragilità ossea significa perdere la migliore occasione per prevenire la frattura successiva.
Come cade l’ortogeriatria al concorso
Al Concorso SSM l’ortogeriatria si presenta come caso clinico: un’anziana caduta a casa, con arto accorciato ed extraruotato, decadimento cognitivo lieve e terapia anticoagulante. Le domande riguardano i tempi dell’intervento, la gestione perioperatoria della terapia, la prevenzione del delirium, la mobilizzazione postoperatoria e la prevenzione secondaria dell’osteoporosi. La risposta corretta tende a privilegiare l’intervento precoce, la gestione multidisciplinare e l’avvio della terapia per l’osso prima della dimissione.
Nei concorsi per infermieri e OSS le domande vertono su posizionamento dopo protesi d’anca, prevenzione della lussazione, mobilizzazione e trasferimenti sicuri, prevenzione delle lesioni da pressione e del delirium, osservazioni da segnalare. Per allenarsi su questi casi sono utili le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia, che spiegano il perché di ogni risposta.
In sintesi
L’ortogeriatria è la cogestione tra ortopedico e geriatra del paziente anziano con frattura da fragilità, soprattutto del femore prossimale. Gli obiettivi sono intervento precoce, prevenzione delle complicanze mediche, mobilizzazione rapida, recupero dell’autonomia e prevenzione secondaria di cadute e fratture. L’équipe comprende ortopedico, geriatra, anestesista, infermiere, fisioterapista, OSS, dietista e assistente sociale, insieme ai familiari. Gli strumenti sono protocolli condivisi, valutazione multidimensionale, analgesia efficace, screening del delirium e indicatori di qualità. Al concorso ricorda che la frattura nell’anziano è un problema medico oltre che chirurgico, e che la dimissione senza terapia per l’osteoporosi è un errore.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
