Unghia incarnita: stadi, terapia e quesiti SSM
6 Ottobre 2026 · admin
L’unghia incarnita (onicocriptosi) è una delle patologie più frequenti della piccola chirurgia ambulatoriale e, proprio perché sembra banale, viene spesso studiata in fretta. Al Concorso SSM e nei concorsi sanitari compare invece con una certa regolarità, soprattutto nei quesiti di chirurgia generale, di dermatologia e di medicina generale, dove si chiede di riconoscere lo stadio clinico, di scegliere il trattamento corretto e di non confondere il quadro con altre lesioni del letto ungueale. In questo articolo la affrontiamo con il taglio da manuale: definizione, meccanismo, clinica, diagnosi, terapia, complicanze, diagnosi differenziale ed errori tipici.
Che cos’è l’unghia incarnita
Si parla di unghia incarnita quando il margine laterale (più raramente mediale o distale) della lamina ungueale penetra nel tessuto molle della plica periungueale, generando un conflitto meccanico tra unghia e cute. La sede di gran lunga più colpita è l’alluce, in particolare il margine laterale, perché è il dito che sopporta il maggior carico durante la deambulazione e quello più esposto alla compressione da parte della calzatura. Il termine tecnico onicocriptosi indica proprio l’unghia che “si nasconde” nella piega cutanea.
È importante capire che il problema non è soltanto l’unghia: la lesione nasce dall’interazione fra una lamina che cresce in modo anomalo (troppo larga, troppo curva o tagliata male) e una plica laterale ipertrofica o spinta contro l’unghia dal carico e dalla scarpa. Questo concetto è la chiave per comprendere perché alcuni interventi falliscono: se si toglie l’unghia senza correggere il rapporto fra lamina e plica, la recidiva è molto probabile.
Eziopatogenesi e fattori predisponenti
Il fattore più citato nei manuali è il taglio scorretto dell’unghia: quando l’unghia viene tagliata in modo arrotondato o troppo corto agli angoli, lo spigolo che rimane tende a crescere dentro la plica anziché oltre il polpastrello. A questo si sommano le calzature strette o a punta, che comprimono lateralmente il dito, e l’iperidrosi del piede, che macera la cute e la rende più vulnerabile alla penetrazione.
Esistono poi fattori anatomici: unghie congenitamente larghe o ipercurve (unghia “a tegola” o “a pinza”), plica periungueale ipertrofica, deviazioni dell’alluce come l’alluce valgo che modificano la distribuzione del carico. Fra i fattori acquisiti contano i traumi ripetuti (sport con arresti bruschi, calcio, corsa), l’obesità, la gravidanza e alcune terapie sistemiche che alterano la crescita ungueale o il trofismo dei tessuti, come i retinoidi e alcuni farmaci antineoplastici. Nei pazienti con onicomicosi la lamina ispessita e deformata può favorire il conflitto con la plica, e questo è un collegamento che i quesiti amano proporre.
Il meccanismo patogenetico procede per tappe. Lo spigolo ungueale perfora l’epidermide della plica, si crea una soluzione di continuo, si instaura una reazione infiammatoria da corpo estraneo e, con il passare dei giorni, la ferita si contamina con la flora cutanea. Se il conflitto persiste, la risposta riparativa produce tessuto di granulazione esuberante, che ricopre parzialmente l’unghia e peggiora ulteriormente il quadro.
Quadro clinico e stadi dell’unghia incarnita
Il sintomo d’esordio è il dolore localizzato al margine ungueale, evocato dalla pressione e dalla calzatura, spesso accompagnato da arrossamento ed edema della plica. Nella pratica clinica e nei testi si usa una stadiazione in tre fasi, utile per decidere la terapia.
Nello stadio I (infiammatorio) si osservano eritema, lieve edema e dolore alla pressione della plica laterale, senza secrezione. Nello stadio II (suppurativo o di infezione) compaiono essudato sieroso o purulento, aumento dell’edema e del dolore e, talvolta, una piccola raccolta sotto la plica: è la fase in cui il quadro si sovrappone alla paronichia acuta. Nello stadio III (cronico o granulomatoso) la plica è ipertrofica, ricoperta da tessuto di granulazione friabile e sanguinante che può nascondere parte della lamina, con infiammazione cronica e secrezione persistente.
I segni sistemici sono rari. Febbre, linfangite ascendente o un eritema che si estende al dorso del piede devono far pensare a una complicanza infettiva dei tessuti molli, come una cellulite infettiva, e cambiano completamente la gestione.
Diagnosi
La diagnosi è clinica e si basa su anamnesi ed esame obiettivo. L’anamnesi indaga il modo in cui il paziente taglia le unghie, le calzature, l’attività sportiva, i precedenti episodi e soprattutto le comorbilità: diabete, arteriopatia periferica, neuropatia, immunodepressione, terapie in corso. All’esame si valutano la sede, lo stadio, l’eventuale presenza di pus e di granulazione, la forma della lamina e lo stato dei polsi periferici.
Gli esami strumentali non servono nel caso tipico. La radiografia del dito si richiede quando si sospetta un’osteomielite della falange distale (forme di lunga durata, recidive in paziente diabetico, secrezione cronica nonostante la terapia) oppure un’esostosi subungueale, che può simulare o associarsi all’unghia incarnita. Il tampone colturale è utile solo nelle forme suppurate che non rispondono o nel paziente fragile.
Un punto fondamentale per il concorso: nel paziente con diabete mellito di tipo 2 o con arteriopatia, una lesione periungueale non è mai “solo” un’unghia incarnita finché non si è valutata la perfusione del piede. In questi pazienti la stessa lesione può essere la porta d’ingresso di un’infezione profonda e rientra nella gestione del piede diabetico.
Trattamento conservativo e chirurgico
La terapia si sceglie in base allo stadio e alla storia di recidive. Negli stadi iniziali si privilegia il trattamento conservativo: pediluvi tiepidi con soluzioni antisettiche, calzature ampie, igiene accurata, sollevamento dello spigolo ungueale con un piccolo tampone di cotone o di garza posizionato sotto il margine, oppure isolamento della plica con una doccia (gutter) in materiale plastico che separa la lamina dal tessuto. Esistono anche ortesi ungueali (bite o molle applicate sulla lamina) che correggono la curvatura nel tempo, gestite generalmente dal podologo.
Gli antibiotici sistemici non sono la terapia dell’unghia incarnita: hanno un ruolo solo se c’è un’infezione che si estende ai tessuti circostanti o nei pazienti a rischio. Somministrarli senza rimuovere la causa meccanica porta a un miglioramento transitorio seguito dalla recidiva, ed è un tipico errore che i quesiti mettono in scena.
Negli stadi II avanzati, III e nelle forme recidivanti si ricorre alla chirurgia, eseguita in anestesia locale tronculare alla base del dito (blocco digitale), tradizionalmente con anestetico senza vasocostrittore. L’intervento di riferimento è l’avulsione parziale della lamina (asportazione di una striscia longitudinale del margine coinvolto) associata alla matricectomia parziale, cioè alla distruzione della porzione corrispondente di matrice germinativa, per evitare che quel tratto di unghia ricresca. La matricectomia può essere chimica, con applicazione di fenolo o di idrossido di sodio, oppure chirurgica, con asportazione a cielo aperto della matrice laterale (interventi descritti con vari eponimi). Nelle forme con plica molto ipertrofica si associa una plastica dei tessuti molli. L’avulsione totale dell’unghia senza matricectomia è oggi considerata poco adeguata come trattamento definitivo, perché la lamina ricresce e il problema tende a ripresentarsi, spesso aggravato.
Dopo l’intervento si raccomandano medicazioni regolari, scarico relativo, calzature comode e istruzioni sul corretto taglio dell’unghia, che deve essere dritto, non troppo corto, lasciando gli angoli liberi oltre la plica.
Complicanze
Le complicanze dell’unghia incarnita non trattata comprendono la paronichia acuta, l’ascesso periungueale, la cellulite del dito e del piede, la linfangite e, nei casi trascurati o nei pazienti con perfusione ridotta, l’osteomielite della falange distale. Nel diabetico la progressione può essere rapida e insidiosa, perché la neuropatia attenua il dolore e il paziente si accorge tardi della lesione; da qui l’importanza dell’educazione all’ispezione quotidiana del piede.
Le complicanze del trattamento chirurgico sono la recidiva (più frequente quando la matrice non viene trattata in modo completo), la formazione di spicole ungueali residue, l’infezione della ferita, il ritardo di guarigione dopo matricectomia chimica, la deformità estetica della lamina e, raramente, la necrosi digitale, che si teme in caso di uso improprio di lacci emostatici prolungati o in pazienti vasculopatici.
Diagnosi differenziale
Il primo differenziale è la paronichia acuta, infezione batterica della plica periungueale, spesso da stafilococco, che può comparire anche senza conflitto meccanico, ad esempio dopo manicure o piccoli traumi: in molti casi le due condizioni coesistono e la distinzione si basa sulla presenza dello spigolo ungueale infisso. La paronichia cronica, tipica di chi ha le mani spesso in acqua, interessa più spesso le dita della mano e ha una componente da Candida e irritativa.
Fra le lesioni da escludere ci sono l’esostosi subungueale (neoformazione ossea della falange che solleva la lamina, visibile alla radiografia), il granuloma piogenico, il tumore glomico (dolore intenso e puntorio, sensibilità al freddo, macchia bluastra sotto l’unghia), il patereccio erpetico, le verruche periungueali e, soprattutto, il melanoma subungueale o acrale. Un tessuto “di granulazione” che non guarisce, una pigmentazione longitudinale che si allarga o il coinvolgimento della cute periungueale (segno di Hutchinson) impongono la biopsia e non devono essere etichettati come banale unghia incarnita.
Errori tipici da evitare
Il primo errore è trattare l’unghia incarnita solo con antibiotici, dimenticando che la causa è meccanica. Il secondo è eseguire un’avulsione totale della lamina senza matricectomia e considerare chiuso il problema: la ricrescita ripropone il conflitto. Il terzo è sottovalutare la lesione nel paziente diabetico o vasculopatico, dove serve una valutazione vascolare e un controllo più stretto. Il quarto è non sottoporre a biopsia una lesione atipica, pigmentata o refrattaria, rischiando di ritardare la diagnosi di un melanoma. Infine, nei quesiti di farmacologia e anestesia, attenzione all’anestesia del dito: la scelta prudente resta il blocco digitale senza vasocostrittore e l’uso limitato nel tempo del laccio.
Come cade l’unghia incarnita al concorso
Nei quesiti l’unghia incarnita si presenta quasi sempre come caso clinico breve. Lo scenario più classico è il giovane sportivo con dolore e arrossamento al margine laterale dell’alluce, recidivo nonostante pediluvi e antibiotici: la risposta corretta è l’avulsione parziale con matricectomia del margine coinvolto. Una variante propone la stadiazione e chiede quale trattamento sia indicato in fase infiammatoria iniziale, dove l’opzione giusta è conservativa. Altre domande inseriscono il paziente diabetico con lesione periungueale e chiedono il primo passo: valutazione del piede, dei polsi e dell’eventuale coinvolgimento osseo. Infine compaiono quesiti di diagnosi differenziale con lesioni pigmentate subungueali.
Per allenarsi su questi scenari conviene lavorare sui casi clinici e sui distrattori, che sono costruiti proprio sugli errori elencati sopra. Sulla Piattaforma Accademia trovi simulazioni commentate in cui ogni risposta viene spiegata, utile per abituarsi alla logica dei quesiti di chirurgia ambulatoriale. Per inquadrare il formato della prova è utile anche consultare le prove degli anni precedenti del Concorso SSM.
In sintesi
L’unghia incarnita nasce dal conflitto fra lamina ungueale e plica periungueale, favorito da taglio scorretto, calzature strette, iperidrosi e anatomia sfavorevole. Si distingue in uno stadio infiammatorio, uno suppurativo e uno granulomatoso. La diagnosi è clinica; la radiografia serve solo se si sospetta coinvolgimento osseo o esostosi. Gli stadi iniziali si trattano in modo conservativo, quelli avanzati e recidivanti con avulsione parziale e matricectomia. Nel diabetico la lesione va inquadrata nel rischio di piede diabetico, e qualunque lesione atipica o pigmentata merita la biopsia.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
