Biodisponibilità: definizione, calcolo e primo passaggio
6 Ottobre 2026 · admin
La biodisponibilità è la frazione della dose somministrata che raggiunge immodificata la circolazione sistemica, insieme alla velocità con cui ci arriva. È il parametro che collega la via di somministrazione all’effetto: spiega perché la stessa molecola richiede dosi diverse per bocca e in vena, perché alcuni farmaci si danno sotto la lingua e perché un cambio di formulazione o un’interazione possono alterare in modo importante la risposta clinica. Al Concorso SSM la biodisponibilità compare sia come definizione da riconoscere sia come chiave interpretativa di casi clinici su epatopatici, pazienti con malassorbimento o terapie concomitanti.
Che cos’è la biodisponibilità e come si calcola
Per definizione, un farmaco somministrato per via endovenosa ha biodisponibilità pari al 100%, perché l’intera dose entra direttamente in circolo. Per tutte le altre vie si misura la biodisponibilità assoluta (F) confrontando l’area sotto la curva concentrazione-tempo (AUC) ottenuta con quella via e l’AUC ottenuta per via endovenosa, a parità di dose: F = AUC orale / AUC endovenosa. Se le dosi sono diverse si corregge il rapporto per le dosi. L’AUC rappresenta l’esposizione complessiva dell’organismo al farmaco ed è il parametro più robusto per stimare quanto principio attivo è stato effettivamente assorbito.
Accanto alla quantità conta la velocità. Due formulazioni possono avere la stessa AUC ma un picco di concentrazione (Cmax) e un tempo al picco (Tmax) molto diversi: una compressa a rilascio immediato produce un picco precoce e alto, una a rilascio prolungato un profilo più piatto. Per questo la biodisponibilità si descrive con tre parametri insieme: AUC, Cmax e Tmax. La biodisponibilità relativa, infine, confronta due formulazioni somministrate per la stessa via extravascolare, ad esempio una compressa e una sospensione orale.
Fattori che riducono l’assorbimento
Il primo determinante è la capacità del farmaco di sciogliersi e di attraversare le membrane. Contano la liposolubilità, le dimensioni della molecola e il grado di ionizzazione: secondo la teoria della diffusione non ionica attraversa le membrane soprattutto la forma non ionizzata, la cui quota dipende dal rapporto tra pKa del farmaco e pH del compartimento. Influiscono poi la formulazione (sale, eccipienti, dimensione delle particelle, rivestimento gastroresistente), la motilità gastrointestinale e la superficie assorbente disponibile.
Il cibo può aumentare, ridurre o ritardare l’assorbimento a seconda del farmaco: alcuni bisfosfonati vanno assunti a digiuno con acqua e in posizione eretta perché il cibo e i cationi polivalenti ne annullano quasi del tutto l’assorbimento, mentre altri farmaci lipofili si assorbono meglio con un pasto. Antiacidi, sali di calcio, ferro e magnesio formano chelati con tetracicline e chinoloni e ne riducono la biodisponibilità; gli inibitori di pompa protonica, alzando il pH gastrico, riducono l’assorbimento di farmaci che richiedono un ambiente acido, come alcuni antifungini azolici e il ferro. Le malattie intestinali, la resezione del piccolo intestino, il malassorbimento e l’edema della parete nello scompenso possono rendere imprevedibile la risposta alla terapia orale.
Effetto di primo passaggio e trasportatori
Un farmaco assorbito dall’intestino passa attraverso la vena porta e il fegato prima di raggiungere la circolazione sistemica. Se il fegato o la parete intestinale lo metabolizzano in modo intenso, solo una parte della dose arriva in circolo: è l’effetto di primo passaggio. Ne sono esempi classici la nitroglicerina, il propranololo, la morfina, la lidocaina e il verapamil. Per la nitroglicerina il problema si aggira con la via sublinguale, che drena nella vena cava superiore saltando il fegato, come spiegato nella pagina sui nitrati; la lidocaina non si usa per via orale come antiaritmico proprio per questo motivo.
Anche la parete intestinale contribuisce: gli enzimi del citocromo P450, in particolare CYP3A4, e la glicoproteina P, che espelle il farmaco nel lume, limitano l’ingresso di numerose molecole. Gli inibitori di questi sistemi aumentano la biodisponibilità: il succo di pompelmo, inibendo il CYP3A4 intestinale, può aumentare l’esposizione ad alcune statine e calcio-antagonisti diidropiridinici. Gli induttori, come la rifampicina e l’iperico, fanno l’opposto. Sono meccanismi centrali nelle interazioni farmacologiche e spiegano perché un farmaco ben tollerato possa diventare tossico dopo l’aggiunta di un secondo principio attivo.
Biodisponibilità e vie di somministrazione
La via orale è comoda ma la più soggetta a variabilità. La via sublinguale e quella transdermica evitano il primo passaggio; quest’ultima garantisce livelli stabili ed è usata per fentanil, nitroglicerina, estrogeni e rivastigmina. La via rettale evita solo in parte il fegato, perché il plesso venoso rettale superiore drena nel sistema portale. Le vie intramuscolare e sottocutanea hanno in genere una biodisponibilità elevata, ma la velocità di assorbimento dipende dal flusso locale: nello shock o nell’ipotermia l’assorbimento intramuscolare e sottocutaneo è inaffidabile e si preferisce la via endovenosa. La via inalatoria permette di concentrare il farmaco nel polmone riducendo l’esposizione sistemica, come avviene con i broncodilatatori e i corticosteroidi inalatori.
Il passaggio da via endovenosa a via orale richiede di considerare F. Alcuni antibiotici, come i fluorochinoloni, il linezolid e il metronidazolo, hanno una biodisponibilità orale elevata e consentono uno switch precoce senza perdita di esposizione; altri, come la vancomicina, non vengono assorbiti dall’intestino e per bocca agiscono solo localmente, il che li rende utili proprio nella colite da Clostridioides difficile.
Bioequivalenza e farmaci generici
Due prodotti si definiscono bioequivalenti quando, somministrati alla stessa dose molare in condizioni simili, producono profili di AUC e Cmax sovrapponibili entro limiti di accettabilità prestabiliti dalle agenzie regolatorie. È su questa base che un farmaco equivalente viene autorizzato senza ripetere gli studi clinici di efficacia. Per la grande maggioranza dei farmaci la sostituzione è clinicamente irrilevante; per quelli a indice terapeutico stretto, come levotiroxina, antiepilettici, ciclosporina e tacrolimus, può essere prudente evitare cambi frequenti di formulazione e controllare i livelli o l’effetto dopo uno switch, come si raccomanda per gli antiepilettici.
Biodisponibilità in insufficienza epatica e renale, anziano e gravidanza
La condizione che altera di più la biodisponibilità orale è l’epatopatia avanzata. Nella cirrosi epatica la ridotta massa di epatociti funzionanti e soprattutto gli shunt portosistemici fanno sì che una quota del sangue portale bypassi il fegato: i farmaci ad alto effetto di primo passaggio, come propranololo, morfina e verapamil, raggiungono concentrazioni sistemiche molto superiori al previsto. Per questi farmaci la dose orale iniziale va ridotta, mentre per via endovenosa il problema riguarda soprattutto la clearance.
Nell’insufficienza renale la biodisponibilità in senso stretto cambia poco, ma l’uremia può rallentare lo svuotamento gastrico, e i chelanti del fosforo e i sali di calcio interferiscono con l’assorbimento di altri farmaci. Nell’anziano si riducono la secrezione acida gastrica, il flusso splancnico e la motilità; l’effetto netto sull’assorbimento è spesso modesto, ma la ridotta estrazione epatica può aumentare la biodisponibilità dei farmaci ad alto primo passaggio. In gravidanza lo svuotamento gastrico rallenta, il transito intestinale si allunga e la nausea con vomito, specie nel primo trimestre, rende la terapia orale incostante; la guida ai farmaci in gravidanza riprende questi aspetti insieme al passaggio placentare.
Come cade la biodisponibilità al concorso: errori tipici
Al concorso la biodisponibilità cade di solito in tre forme. La prima è la domanda di definizione: quale parametro si confronta per calcolare F, quale via ha per definizione biodisponibilità completa, quale via evita l’effetto di primo passaggio. La seconda è il caso clinico: un paziente cirrotico che riceve la dose orale abituale di un beta-bloccante non selettivo e sviluppa bradicardia e ipotensione, oppure un paziente in terapia con un chinolone che lo assume insieme a un integratore di calcio e non risponde all’antibiotico. La terza è il quesito di ragionamento sulle formulazioni: perché un cerotto transdermico non è adatto in urgenza, perché la vancomicina orale non cura una batteriemia.
Gli errori più comuni sono tre. Confondere biodisponibilità e clearance: una F bassa non significa che il farmaco venga eliminato in fretta, ma che ne arriva poco in circolo. Pensare che la via rettale salti del tutto il fegato. Dimenticare che l’AUC esprime la quantità assorbita mentre Cmax e Tmax esprimono la velocità. Per fissare questi concetti conviene lavorare su quesiti con spiegazione: le simulazioni commentate della Piattaforma Accademia mostrano il ragionamento dietro ogni risposta e dietro ogni distrattore.
In sintesi
La biodisponibilità è la frazione di dose che arriva immodificata nella circolazione sistemica ed è completa per definizione solo per via endovenosa. Si calcola confrontando le AUC e va letta insieme a Cmax e Tmax. La riducono lo scarso assorbimento, le interazioni con cibo e cationi, i trasportatori di efflusso e soprattutto l’effetto di primo passaggio epatico e intestinale. Le vie sublinguale e transdermica lo evitano, quella rettale solo in parte. Nella cirrosi gli shunt portosistemici aumentano la biodisponibilità dei farmaci ad alto primo passaggio, che vanno quindi iniziati a dosi ridotte. La bioequivalenza garantisce l’intercambiabilità dei generici, con prudenza per i farmaci a indice terapeutico stretto.
Articolo a cura della redazione di Test Ammissione, che dal 2016 prepara medici al Concorso Nazionale SSM con manuali, simulazioni commentate e lezioni online.
